La Cassazione fa un salto mortale

Il 31 gennaio 2015 Longarini attiva un maxi-pignoramento che costringe la Banca d’Italia a congelare 821 milioni nel conto della Tesoreria centrale. Il 28 maggio si riunisce di nuovo la Corte d’Appello di Roma per decidere la liquidazione della somma dovuta al costruttore. Ma ecco il colpo di scena: la Finanza, su delega della Procura, acquisisce le carte del processo, e il giudice rinvia la decisione al 16 luglio. Un nuovo rinvio fa slittare la scadenza: le parti hanno così potuto presentare memorie fino al 20 agosto. Da quel momento è attesa la decisione del giudice sull’esecuzione del  lodo.   Ma le cose non andranno così.

2015, LA CASSAZIONE FA UN SALTO MORTALE

Non c’è nulla di più provvisorio della certezza del diritto nel Bel Paese. E’ quel che viene da dire a fronte degli sviluppi del caso Longarini dopo la sentenza “a quattro mani” che, incurante di quanto statuito da più giudici, e passato in giudicato, ha per ora ribaltato il merito del contenzioso a danno dell’imprenditore. Eppure la sentenza n. 24952/2015 della Corte di Cassazione avrebbe dovuto riguardare solo l’ammontare delle spettanze dovute a Longarini, sulla base di quanto già giudicato (e, perciò, intangibile). Ma con un audace salto mortale, si sono rimesse in discussione materie che non dovevano (né potevano) essere oggetto di nuovo giudizio perché “costituenti giudicato e, perciò, intangibili”.

 La sentenza, con una vera e propria manipolazione delle decisioni già prese nel giudizio precedente, ha infatti accolto il ricorso presentato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nonostante alcune evidenti contraddizioni.  Vediamo come e perché a partire dalle censure mosse dallo stesso Ministero: 

  • Nella prima parte la sentenza della Cassazione rigetta le eccezioni del Ministero laddove si sostiene che l’arbitrato non poteva essere fatto perchési trattava di materia contrattuale che non è compromissibile per arbitri. Perciò l’arbitrato era nullo. Ma questo motivo è stato dichiarato infondato dalla Cassazione che ha sostenuto che si trattava di materia extracontrattuale che poteva benissimo affidata agli arbitri.
  • Ma più avanti, la sentenza sostiene l’opposto: si sta parlando, argomenta la Cassazione immemore di quanto sostenuto in precedenza, di risarcimento di danni derivanti da contratto, quindi siamo in presenta di materia contrattuale e che proprio per questo ci sarebbe violazione normativa in materia di appalti pubblici. Perciò, siccome c’è violazione di una normativa e di disposizioni comunitarie che impongono la gara per opere pubbliche, la sentenza sostiene che il contratto fosse nullo e che, di conseguenza, questi lavori non potessero essere affidati. 
  • C’è un’evidente contraddizione tra le motivazioni a sostegno del rigetto del primo motivo di ricorso con quelli a sostegno dell’accoglimento degli altri.
LA SENTENZA SCONFESSA ANCHE IL GIUDICATO DEL 2003 
  • Non solo. Sostenendo che i lavori non potevano essere affidati perché violavano le disposizioni comunitarie, la sentenza commette una nuova violazione del giudicato. Nel 2003, infatti, la Cassazione aveva stabilito che Longarini aveva diritto all’affidamento dei lavori, rigettando espressamente l’eccezione, sollevata dal Ministero, della violazione della normativa comunitaria, giudicata del tutto infondata. La questione, dunque, era stata del tutto risolta nel 2003 dalla Cassazione e confermata dalla pronuncia della Corte di Appello del 2005. 
LA CORTE D’APPELLO CONTRO LA CASSAZIONE DEL 2015 

Insomma, la Cassazione del 2015 fa un salto mortale per rimettere in discussione una materia che non poteva ridiscutere. Paradossalmente, poi, la Corte d’Appello di Roma a cui poi la Cassazione ha devoluto la questione mi va a dire che io non ti posso riconoscere il danno perché non avevi diritto all’affidamento di quei lavori. Così sconfessa in maniera diretta la Cassazione del 2013 che sosteneva l’esatto opposto.

LA REVOCAZIONE: HAI RAGIONE, MA NON TE LA POSSO DARE 

Di fronte a questo stravolgimento delle decisioni fino al quel momento prese dalla magistratura, la questione è già stata sollevata nel 2015 con il ricorso per revocazione in Cassazione, il classico rimedio che si ha quando il giudice nel decidere o viola il giudicato oppure pronuncia una sentenza che è contraria ad altra precedente avente tra le parti autorità di cosa giudicata. 

Come ha reagito la Cassazione? Nell’ordinanza ci dice ”hai ragione”, però in sede di sentenza dichiara il ricorso inammissibile dicendo in sostanza che “non hai fatto valere il motivo giusto”, ovvero non hai prospettato una violazione specifica nel giudicato e quindi te lo dichiaro inammissibile per vizi di forma e non di sostanza così chiudendo la possibilità di rimediare  per un cavillo formale. Magari hai ragione, caro Longarini. Ma non posso darti giustizia. 

Al danno, così, si aggiunge la beffa. Nell’ordinanza la Corte riconosce “la non manifesta inammissibilità dell’impugnazione”, ma nella sentenza (n.18243/2017) cambia rotta: l’impugnazione è inammissibile “perché le doglianze sollevate non concernevano errori di fatto ma errori di diritto”. Insomma, sostiene la Corte, “Non è di mia competenza ridiscutere il merito della questione”. E così si sottrae alla decisione di merito: tu potresti aver ragione ma io non te la posso dare.

PER I “GIUSTI MOTIVI” ABBONATE LE SPESE LEGALI

In un rigurgito di giustizia, una piccola consolazione: Longarini non è stato condannato alle spese di soccombenza perché ha eseguito i lavori.

Dice infatti la Corte di Appello di Roma che le spese di tutti i giudizi possono essere integralmente compensate perché, seppur Longarini sia risultato soccombente è vero che “sussistono quei giusti motivi (in ragione dei lavori effettivamente eseguiti) che suggeriscono tale pronuncia compensatoria”. 

La decisione della Corte di Appello di Roma è già stata impugnata per Cassazione con ricorso notificato in data 21.11.2019.

Nel frattempo è scattata anche la richiesta di un intervento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Inoltre, a fronte del comportamento processuale scorretto del ministero, è stato avanzata la richiesta di danni tramite un arbitrato. 

Il ministero ha cercato di non nominare l’arbitro ma il giudice glie l’ha fatto nominare d’imperio.

 Dalla sentenza della Cassazione del 2015 che Longarini intende contestare in ogni sede, a partire dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, discendono nuove pretese del ministero, tanto solerte nel chiedere il dissequestro dei fondi del Tesoro (821 milioni di euro) congelati presso la Banca d’Italia quanto inadempiente di fronte alle proprie obbligazioni: 

Il ministero NON ha pagato l’imposta di registro per i lavori fatti da Longarini e mai pagati. Si tratta di 50 milioni di euro, più gli interessi. Oltre a non aver incassato un euro sul dovuto, Longarini ha subito una miriade di pignoramenti sia presso terzi su crediti di sua spettanza sia della liquidità parcheggiata presso il sistema bancario. 

LONGARINI NON INCASSA, MA DEVE PAGARE 50 MILIONI

Si è determinata così una situazione paradossale: Longarini non incassa nulla sui lavori eseguiti, ma su questi deve pagare l’imposta di registro sulla somma virtuale riconosciuta dagli Arbitri. Anzi, lo Stato accetta di compensare le spese vive del giudizio, riconoscendo che i lavori eseguiti da Longarini sono stati effettivamente eseguiti. Insomma, le opere tu le hai fatte, ma non te le pago.  Ma esigo il pagamento di 50 milioni di euro come imposta di registro a fronte di ZERO incassi. Però ti compenso le spese. Troppo buono. 

Si è determinata così una situazione paradossale: se il lodo che ha riconosciuto le prestazioni effettuate da Longarini fosse giudicati nullo, verrebbe meno l’obbligo nei confronti del fisco. Insomma, con la sentenza della Cassazione del 2015, lo Stato in apparenza prende atto delle tue buone ragioni, ma in pratica cerca di assestare il colpo di grazia:        Longarini deve pagare 50 milioni in tasse a fronte di ZERO.  E il ministero? A termini di legge è responsabile in solido, ma non si ha notizia di azioni in questa direzione.

Intanto il ministero è andato a chiedere la liberazione delle somme (821 milioni di euro) già pignorate in attesa della decisione degli arbitri. La Corte ci ha dato sostanzialmente ragione perciò non c’è più ragione per mantenere fermi questi soldi ma la Ferramosca ha detto no: la questione non è stata ancora definita 

Il ministero è tornato alla carica per aver la liberazione di queste somme, c’è stata un’udienza il 4 dicembre ma la riserva non è stata ancora sciolta.

Il provvedimento è stato ulteriormente ridiscusso ma non c’è ancora una decisione

IL FISCO ALLA CARICA ANCHE SUGLI ALTRI ARBITRATI GIA’ VINTI

Ma l’offensiva riguarda anche gli arbitrati su Macerata ed Ariano Irpino già vinti da Longarini che in quei casi è stato pagato (250 milioni). Ma è in corso al Tribunale di Milano il processo sul pagamento delle tasse dovute dopo la vittoria in giudizio. Longarini in questi casi  ha pagato l’imposta sulla base del 12,50% ritenendo si trattasse di un provento della società che era cessata. Ma il fisco gli ha rideterminato la pretesa sulla base della tassazione ordinaria dicendo che lui non poteva avvalersi di tassazione agevolata. Ne è scaturito un processo tributario ancora in corso in sede di appello. In primo grado, i giudici hanno alleggerito le sanzioni iniziali che prevedevano ulteriori 70 milioni rispetto alla richiesta iniziale (per una pretesa totale di 140 milioni). In appello è stata confermata la sentenza, ma sono rimasti 70 milioni compensando le spese. Sono state eliminate però le sanzioni perché la “materia è oggettivamente complessa e di difficile interpretazione”. Anche in questo caso è in piedi il ricorso per cassazione.