Cronistoria dettagliata

Il Caso Longarini raccontato con dovizia di particolari e con gli stralci delle sentenze più significative.

Antefatto

Con D.M. n. 5817 del 1977 e n.1319 del 26 giugno 1980, ai sensi degli artt. 15 e 16 della Legge n.1402 del 1951, il Ministero dei Lavori Pubblici, su espressa richiesta del Comune di Ancona, affidava alla società Adriatica Costruzioni Ancona Srl l’esecuzione dei lavori relativi al c.d. 7° lotto del Piano di Ricostruzione della città di Ancona – Asse Nord Sud (cd. progetto 77).

Nel corso dell’esecuzione dei suddetti lavori, al fine di dare completa attuazione al Piano di Ricostruzione della città, il Comune di Ancona, con le delibere n. 90 del 15 gennaio 1980 e n. 1199 del 23 luglio 1980, incaricava la società concessionaria di redigere un progetto di variante e suppletivo, di completamento dei lavori del 7° lotto, in corso di esecuzione.

Il progetto redatto dal Concessionario (cd. Progetto 80), corredato della parte tecnica e della parte economica (in particolare, superando il 20% d’obbligo, di un atto di sottomissione datato 26 novembre 1980, con il quale la società si dichiarava disponibile ad eseguire i maggiori lavori ordinati agli stessi prezzi, patti e condizioni dell’intervento in corso di esecuzione) veniva  approvato  dal  Comune  di  Ancona con delibera n. 468 del 17.03.1981.

Con successiva delibera n. 750 del 12.05.1981 il Comune di Ancona inseriva nel piano di ricostruzione ulteriori nuovi lavori, ordinando “alla Srl Adriatica Costruzioni Ancona, Ente concessionario dei lavori in corso, la quale deve eseguire, in attuazione del Piano di Ricostruzione, i lavori approvati da questa amministrazione comunale con la presente delibera nonché con quelle citate nelle premesse, di redigere il progetto esecutivo … il tutto così come meglio individuato nell’allegata planimetria, da redigersi quale completamento dei lavori in corso con il Piano di Ricostruzione disponendo l’invio della progettazione relativa al Ministero dei LL.PP. per le relative approvazioni; di chiedere conseguentemente al Ministero che una volta in possesso di tale progetto, disponga per la sollecita approvazione ed il relativo finanziamento”.

A seguito della legge n.156 del 2 maggio 1983 e  della legge regionale n. 41 del 26 dicembre 1983, emanate per attuare le provvidenze necessitate dalla frana, il Comune di Ancona, con delibera n. 759 del 3 maggio 1984, decideva di di affidare, nelle more dell’affidamento da parte del Ministero LL.PP., “data l’urgenza di proseguire la realizzazione dell’asse nord-sud … alla Società Adriatica Costruzioni Srl, Ente concessionario dei lavori in corso, l’esecuzione delle seguenti opere relative all’asse nord-sud … ; “di approvare anche ai sensi e con gli effetti di cui alla legge n°1 del 3.1.1978 il progetto fatto redigere  da  questa  Amministrazione Comunale  con  le citate delibere n.90 p.c. del 15.1.1980, n. 1199 del 23.7.1980 e n. 750 p.c. del 12.5.1981ed approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con voto n°209/81”.

La società Adriatica Costruzioni Ancona, in attuazione dei perentori ordini del Comune di Ancona, iniziava subito l’esecuzione delle opere, organizzando l’attuazione dei cospicui lavori ordinati dal Comune mediante installazione di cinque cantieri.

Le aree su cui effettuare i lavori venivano consegnate dal Comune di Ancona che si era espressamente obbligato a metterle a disposizione (cft. Delibera n°468 del 17.3.1981 e Relazione Generale allegata; voto n°209 del 14.05.1981 del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici pag. 11; delibera n° 2338 del 06.08.1985).

Nel frattempo, al fine di accelerare l’attuazione ed il completamento del piano di ricostruzione di Ancona, i parlamentari marchigiani (tra cui l’allora on. Merloni) proponevano e facevano approvare un emendamento poi confluito nella legge n. 363 del 24 luglio 1984, art. 13, noviesdecies.

La norma prevede, in particolare: 

che all’attuazione delle opere del Piano di Ricostruzione di Ancona provvedesse il Ministero dei Lavori Pubblici, in conformità alle richieste del comune di Ancona;

che i decreti di affidamento dei lavori esecutivi dei progetti che avevano già riportato il parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici o che erano stati in precedenza o sarebbero stati in futuro approvati dall’amministrazione comunale di Ancona, dovevano “essere integralmente ed immediatamente emessi” dallo stesso Ministero (lett. a);

che le varianti ai progetti ad opera del comune di concerto col concessionario fossero immediatamente eseguibili con conseguente obbligo di emanazione dei decreti di affidamento dei lavori.

A seguito dell’entrata in vigore della Legge 363/1984, nelle more dell’emanando decreto ministeriale, che nella previsione legislativa sarebbe stato immediato, il Comune di Ancona, con delibera n. 1173 dell’8 ottobre 1984 ordinava alla società Adriatica Costruzioni Ancona s.r.l. la prosecuzione temporanea di parte dei lavori relativi al progetto-stralcio approvato in precedenza.

Il decreto ministeriale veniva emanato dopo ben otto mesi dall’entrata in vigore della legge, a seguito di una strenua ed ingiustificata resistenza da parte dei vertici del Ministero dei Lavori Pubblici (nella persona del dott. Gizzi).

Con Decreto Ministeriale n. 291 del 6 marzo 1985 il Ministero LL.PP. approvava i lavori del cd. “Progetto 80” (prolungamento dell’Asse Nord-Sud fino a Via Bocconi, interventi su Piazza della Libertà, e incroci di Via Giannelli con Via Palestro nonché, sul versante sud, fino alla strada statale 16 “Adriatica”), per un importo di lire 161.763.915.000 circa, affidandoli in concessione all’Adriatica Costruzioni Ancona, nei limiti delle opere ivi previste.

Tale decreto veniva impugnato dalla concessionaria avanti l’autorità giudiziaria amministrativa per violazione di legge con riferimento sia alle opere escluse che alle condizioni economiche indicate nel decreto in difformità delle approvazioni comunali.

Nel frattempo, sulla base della legge 363/1984, il Comune di Ancona approvava varianti al progetto originario nonché nuovi lavori.

In particolare, con riferimento al 7 lotto (progetto 77) in corso di esecuzione, con delibera n. 1045 del 27.05.1985 deliberava di “approvare ai sensi della lett. b) comma 7 dell’art. 13 novies decies Legge 24.07.84 n. 363, il progetto in data 27.04.1985 relativo alla  perizia di variante suppletiva dei lavori del 7 lotto del PdR di Ancona redatto    dalla     concessionaria    Srl   Adriatica  Costruzioni   Ancona” (comprensivo di relazione, analisi nuovi prezzi, elenco nuovi prezzi, computo metrico, ecc.), con successiva delibera n.171 del 26.01.1987 approvava le integrazioni al progetto 27.04.85, ivi compreso il computo metrico estimativo e, superando il quinto d’obbligo, l’atto di sottomissione redatto dalla concessionaria il 27.04.85 e con delibera n. 1114 del 30.06.1987 ordinava l’esecuzione delle varianti progettate.

Altresì, con ulteriori 20 delibere, il Comune di Ancona ordinava alla società concessionaria, ai sensi dell’art. 13 noviesdecies, comma 7°, lett. b), legge n. 363/1984, una cospicua serie di  varianti al progetto 80, poi confluite nel progetto di variante e suppletivo del 21 gennaio 1987.

In particolare, il Comune di Ancona, con le delibere di seguito indicate: 1. Delibera n°  477 del 04.03.1985; 2. Delibera n°2114 del 25.11.1985; 3. Delibera n°3335 del 03.12.1985; 4. Delibera n°3415 del 10.12.1985; 5. Delibera n. 64 del 22.01.1986 6. Delibera n°1049 dell’8.04.1986 7. Delibera n°1019 del 19.05.1986 8. Delibera n°1152 del 24.06.1986 9. Delibera n°1298 del 07.07.1986 10. Delibera n°1299 del 07.07.1986 11. Delibera n°1938 del 22.07.1986 12. Delibera n°2052 del 05.08.1986 13. Delibera n°1864 del 17.11.1986 14. Delibera n°1866 del 17.11.1986 15. Delibera n°    99 del 19.01.1987 16. Delibera n°1107 del 30.06.1987 17. Delibera n°2242 dell’8.09.1987 18. Delibera n°1881 del 23.11.1987 19. Delibera n°1728 dell’8.10.1987 20. Delibera n°1395 del 23.05.1988 chiedeva alla Concessionaria di redigere la progettazione di lavori  di Variante e Suppletivi ai lavori in corso.

Secondo le indicazioni contenute nelle menzionate delibere comunali tutti i progetti sono poi confluiti in un unico Progetto di lavori di Variante e Suppletivo datato 21.1.1987, inoltrato al Ministero dei Lavori Pubblici e successivamente approvato con voto n°316 del 25.6.1987 del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (“Progetto di lavori di Variante e Suppletivo”).

Con alcune delle delibere di cui sopra e precisamente: Delibera n.1864 del 17.11.1986; Delibera n. 99 del 19.01.1987; Delibera n. 2242 dell’8.09.1987; Delibera n.1728 dell’8.10.1987; Delibera n.1395 del 23.05.1988 il Comune di Ancona ordinava alla Concessionaria, in attesa dell’emissione del decreto ministeriale, la immediata esecuzione dei relativi lavori “a valere sui fondi derivanti dall’art. 13 noviesdecies della Legge 363/84”.

La società concessionaria, a fronte dei perentori ordini di eseguire i lavori impartiti dal Comune con le sopra descritte delibere precettive, eseguiva le occupazioni di urgenza disposte dal Sindaco del Comune di Ancona nonché, a proprie spese, effettuava le opere annotandole nel registro di contabilità (come accertato anche dalla Commissione di Collaudo in corso d’opera nel verbale del 4 settembre 1991).

Si aggiunga che con delibera n. 577 del 12.4.1990 il Comune di Ancona riapprovava tutte le opere ordinate alla società concessionaria e reiterava al Ministero dei Lavori Pubblici la richiesta di emissione del decreto di finanziamento dei lavori  stessi in applicazione dell’art. 13 noviesdecies della legge 363/84.

Nel frattempo la Procura della Repubblica di Ancona, sulla base di una relazione dell’allora Comandante della PG M.llo Pagani, apriva un procedimento penale (871/91 RGNR) ipotizzando una truffa ai danni dello Stato in relazione all’affidamento in concessione alla soc Adriatica Costruzioni Ancona del progetto 80.

Il Comune di Ancona, dopo aver preso in esame la relazione della Commissione Consiliare istituita con delibera 688 dell’11.9.1991, con delibera n°675 adottata nella seduta del 29.7.1992, dava mandato alla Giunta di disporre l’annullamento sia della delibera comunale n°577 del 12.4.1990 sia di altre delibere indicate nella Relazione Consiliare e ritenute affette da vizi di legittimità, richiedendo al contempo al Ministero dei Lavori Pubblici la revoca delle concessioni in atto per i lavori in corso.

La Giunta Comunale con delibera n. 769 del 28 settembre 1992 autoannullava la suddetta delibera n. 577/90 nel dichiarato timore di una “responsabilità civile, penale ed amministrativo-contabile che scaturisce sulla base della legge 363/84 in capo al Comune in persona dei suoi organi in caso di approvazione di progetti che comportino l’emanazione di decreti di affidamento e finanziamento fuori dai casi previsti dalle norme ordinarie e speciali sui Piani di Ricostruzione”.

Con le sopracitate delibere il Comune di Ancona chiedeva altresì al Ministero dei LL. PP la revoca delle concessioni in corso (si legge nella delibera 675/92 del 29.07.92 che la Giunta “dà mandato al Consiglio di chiedere al Ministero di dar corso al provvedimento di immediata revoca delle concessioni in atto”).

Il Ministero dei Lavori Pubblici con Decreto Ministeriale 992/S del 7.10.1992 annullava tutti i decreti di concessione in favore della Concessionaria emessi per i lavori relativi al Piano di Ricostruzione della città di Ancona, e in particolare: DD.MM. n.5817 del 25 novembre 1977; n.1319 del 26 giugno 1980; n.291 del 6 marzo 1985; n.434 del 4 aprile 1985; n.1107 del 28 novembre 1986; n.254 del 14 febbraio 1987;  n.1332 del 5 aprile 1986; n.1003 del 28 novembre 1986; n.973 del 24 novembre 1989, erogando, con successivi decreti, finanziamenti al Comune di Ancona per il completamento delle opere.

Con successiva delibera n.350 del 21.04.1993 lo stesso Comune di Ancona provvedeva ad annullare la delibera n. 1114/87.

Altresì, il Comune di Ancona, sulla base di 9 (nove) Ordinanze Sindacali, emesse tra il 1995 ed il 1996, acquisiva il possesso coattivo di tutti i cantieri e di tutte le opere eseguite dalla Concessionaria, senza dar corso al doveroso collaudo tecnico-amministrativo delle opere stesse in contraddittorio con la Concessionaria.

Iniziava una dura battaglia legale che la soc. concessionaria ha portato avanti al fine di veder riconosciuti i propri diritti ed il proprio onore, lesi dai provvedimenti comunali e ministeriali con i quali ex abrupto si è voluto “togliere di mezzo” uno scomodo interlocutore.

Tutti i provvedimenti amministrativi sopra indicati, emessi in danno della concessionaria, sono stati impugnati in sede giurisdizionale e sono stati annullati.

In particolare il Consiglio di Stato con sentenza n°671 del 20.4.1999 ha dichiarato illegittimi ed ha quindi annullato: il Decreto Ministeriale n°992/S del 7.10.1992 di annullamento dei Decreti di Concessione; i 3 (tre) Decreti Ministeriali di finanziamento e di delega al Comune; n°6 (sei) provvedimenti comunali di presa in possesso coattiva delle opere e dei cantieri.

Il T.A.R. delle Marche, con sentenza definitiva n. 4042 del 22.4.2009 ha dichiarato illegittimi gli ulteriori 3 (tre) provvedimenti comunali di presa in possesso coattiva delle opere e dei cantieri della Concessionaria; 

il T.A.R. delle Marche, con sentenza definitiva n. 1277 in data 9.7-28.10.2003, ha annullato la delibera Comunale n° 769 del 28.9.1992;

la Corte di Appello di Roma con sentenza n. 4502/2005 (a seguito di rinvio disposto dalla Suprema Corte di Cassazione) ha dichiarato illegittimo il comportamento del Ministero dei lavori Pubblici che, disattendendo la legge 363 del 1894, ha omesso l’emendazione dei decreti di affidamento delle opere previste nel progetto 87, approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e dal Comune di Ancona;

il Tar Lazio, con sentenza del 2016 (confermata in linea di diritto dal Consiglio di Stato) ha dichiarato illegittimo il DM 291/85 nella parte in cui ha affidato i lavori relativi al progetto 80 in difformità dell’atto di sottomissione approvato dal comune di Ancona.

CAUSA CONTRO MIT

In particolare, si riepilogano le tappe più significative del lungo contenzioso pendente inter partes da circa trenta anni

Il giudizio di risarcimento dei danni per fatto illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c., derivanti dal comportamento colposo dell’allora Ministero dei Lavori Pubblici (ora Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti), era stato promosso dal sig. Longarini limitatamente al solo an debeatur

Invero, il Ministero si era rifiutato di emettere, in favore della Società Adriatica Costruzioni Ancona a r.l. (dante causa del Sig. Edoardo Longarini), concessionaria dei lavori di attuazione del Piano di ricostruzione della città di Ancona (concessione, poi, revocata con la L. n. 317 del 1993), il decreto ministeriale di affidamento dei lavori di cui al progetto del 21 gennaio 1987, approvato dal Consiglio Superiore del LL.PP. con voto 316 del 1987, sebbene costituisse un atto dovuto ai sensi dell’art. 13-noviesdecies della L. n. 363 del 1984.

La Società Adriatica Costruzioni Ancona a r.l. aveva quindi presentato ricorso al Pretore di Roma ex art. 700 c.p.c., notificato al Ministero dei Lavori Pubblici il 14 luglio 1990, perché fosse in via provvisoria e urgente dichiarato il suo diritto ad avere affidati i predetti lavori e fosse ordinato al Ministero di emettere subito il relativo decreto di affidamento.

Il Pretore, con Ordinanza del 20 luglio 1990, accoglieva il ricorso, ordinando l’emissione del decreto ma, ciononostante, il Ministero non ottemperava alla decisione, incurante sia del parere n. 72291 del 12 ottobre 1989 reso dall’Avvocatura Generale dello Stato che, su richiesta dell’Amministrazione, si era espressa favorevolmente sulla possibilità di finanziare l’intera previsione del piano di ricostruzione, sia del parere del Consiglio di Stato n. 1107 del 3 maggio 1991 il quale, in ordine al quesito all’uopo formulatogli dal Ministero, per evitare di “esporre l’amministrazione a pesanti responsabilità”, aveva consigliato di conformarsi all’ordine giudiziale e di reperire i fondi necessari.

La Società, con successivo atto di citazione notificato al Ministero il 18 ottobre 1990, chiedeva al Tribunale di Roma di “accertare e dichiarare che il Ministero dei LLPP è tenuto ad emettere, in favore della società attrice, concessionaria dei lavori di attuazione del piano di ricostruzione della città di Ancona, il relativo decreto di affidamento”. 

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 12674/1993, dichiarava la carenza della propria giurisdizione, in favore di quella del T.A.R..

Con atto di appello notificato il 5 novembre 1994 (R.G.N. 4352/94), la Società chiedeva che fosse dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.

Inoltre, con altra citazione, notificata al Ministero in data 2 aprile 1993, la stessa Società allargava l’oggetto dell’originaria domanda e chiedeva, previa riunione – per ragioni di connessione – del giudizio a quello precedente, diaccertare e dichiarare che il Ministero dei LLPP è tenuto ad emettere, in favore della società Adriatica, concessionaria dei lavori di attuazione del piano di ricostruzione della città di Ancona, il decreto di affidamento di cui al progetto del 21-1-87, approvato dal Consiglio Superiore dei LLPP con voto 316 del 25-6-87; accertare e dichiarare la responsabilità civile dell’Amministrazione dei LLPP per la mancata emanazione del suddetto decreto e, per l’effetto, condannarla al risarcimento di tutti i danni, cagionati alla società Adriatica, alla cui liquidazione si procederà in separato giudizio”.

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 5982/1995, rilevava “l’assenza nel fascicolo dell’attrice di qualsiasi documentazione relativa al rapporto controverso ed ai titoli che ne legittimerebbero la pretesa” (nonostante che l’avvenuto deposito risultasse dall’indice con attestazione del Cancelliere) e respingeva, conseguentemente, la domanda.

La Società, denunciato il fatto all’Autorità di Polizia, previa ricostituzione del fascicolo, poi, custodito in cassaforte, appellava (causa R.G.N. 1874/96) anche questa sentenza, insistendo sulla domanda; rilevava che l’art. 13-noviesdecies della L. n. 363/84 obbligava l’Amministrazione dei LL.PP. ad emettere i decreti di affidamento delle opere sulla base delle delibere del Comune di Ancona e, in difetto, a risarcire il danno illecito causato ai sensi dell’art. 2043 c.c. e che non rilevava la mancanza dei fondi necessari da parte del Ministro per il finanziamento delle opere, in quanto ciò poteva avvenire mediante l’utilizzo di un altro capitolo (indicato nel parere reso dall’Avvocatura Generale dello Stato in data 12 ottobre 1989) o mediante la riduzione di altri capitoli, sui quali si erano formati cospicui residui di stanziamento (secondo il parere n. 1107 in data 3 maggio 1991 della Seconda Sezione consultiva del Consiglio di Stato). In particolare, precisava le seguenti Conclusioni: “accertare e dichiarare che il Ministero dei Lavori Pubblici è tenuto ad emettere in favore della società Adriatica […] il decreto di affidamento di cui al progetto del 21-1-87, approvato dal Consiglio Superiore dei LLPP con volto 316 del 25-6-87; accertare e dichiarare la responsabilità civile dell’Amministrazione dei LLPP per la mancata emanazione del suddetto decreto e, per l’effetto, condannarla al risarcimento di tutti i danni, cagionati dalla soc. Adriatica, alla cui liquidazione si procederà in separato giudizio”. 

La Corte di appello, con sentenza n. 73/2000, così decideva

dispone la riunione della causa n. 4352/94 R.G. a quella portante il n. 1874/96 R.G. perché connesse;  in riforma delle sentenze appellate, dichiara la giurisdizione del Giudice adito; dichiara che il Ministero dei LLPP era tenuto ad emettere, in favore della società Adriatica, concessionaria dei lavori di attuazione del piano di ricostruzione della città di Ancona, il decreto di affidamento di cui al progetto del 21-1-87, approvato dal Consiglio Superiore dei LLPP con voto 316 del 25-6-87;  conseguentemente dichiara la responsabilità civile dell’Amministrazione dei LLPP per la mancata emanazione del suddetto decreto e, per l’effetto, salva l’applicazione della legge 12-8-93 n. 317, la condanna al risarcimento dei danni cagionati alla stessa soc. Adriatica, alla cui liquidazione si procederà in separato giudizio;  compensa totalmente le spese di tutti i giudizi tra tutte le parti in causa”.   

In particolare, tale pronuncia di condanna risulta basata sul rilievo “che la totale inerzia dell’amministrazione[…]costituiva un comportamento colposo, che non poteva andare esente da responsabilità, anche per il lungo tempo trascorso senza alcuna azione concretanonché (pag. 11 della sentenza dalla terza riga) sulla seguente motivazione:  “Entrando nel merito della vicenda, la società attrice chiede l’accertamento del suo diritto e la condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043 c.cL’Avvocatura rileva in proposito:1 – l’art. 13 novesdecies l. 363/84 attribuisce il diritto all’affidamento dei lavori al concessionario della realizzazione dei lavori del Piano di ricostruzione di Ancona: ma la concessione è stata annullata con dm 992/5 e il relativo ricorso per l’annullamento di questo è stato respinto dal TAR, con sentenze 1601/93 e 1834/96;2 – la sopravvenuta l. 12-8-93 n. 317 ha disposto la perdita di efficacia dei piani di ricostruzione e la revoca di diritto delle concessioni già affidate;  3 – appare assurda la tesi attorea, secondo cui le delibere comunali che hanno approvato le varianti apportate al progetto 15-5-80, integrato il 26-11-80, avrebbero creato diritti soggettivi perfetti del concessionario ad ottenere l’affidamento dei lavori, a carico dell’Amministrazione dei LLPP. Nel caso di specie, se è vero che tutte le varianti di che trattasi, per un importo di circa 450 miliardi, sono state approvate dal Comune con varie delibere tra l’85 e l’87, poi riassunte nel progetto generale di variante del 21.1.87, è altrettanto vero che lo stesso Comune di Ancona ha annullato le delibere di approvazione di quei lavori con delibera del 28-2-92 n. 769;4 – l’art. 13-noviesdecies è in contrasto con le direttive comunitarie 71/305 e 89/440 CEE, recepite con la l. 584/77 e il d.lgs. 406/91, secondo cui le Amministrazioni possono attribuire appalti senza la pubblicazione preliminare di bandi d’appalto, soltanto nelle ipotesi di urgenze imprevedibili e nella misura strettamente necessaria;5 – l’art. 13 citato non può essere interpretato nel senso che qualunque atto di approvazione dei lavori relativi al Piano di ricostruzione di Ancona che fosse adottato dal comune di Ancona obbligherebbe il Ministero dei LLPP ad emettere il relativo decreto di affidamento, indipendentemente da ogni problema di natura finanziaria, in contrasto con l’art. 81 Cost. e con i principi fissati dalla Contabilità dello Stato; richiama i pareri dell’Avvocatura Generale dello Stato e del Consiglio di Stato sulla specifica questione;6 – l’Avvocatura contesta, infine, la sussistenza del diritto soggettivo e la presenza di elementi colposi o dolosi nell’azione svolta dalla P.A. Tutti i rilievi riportati appaiono infondati: 1 – Come la stessa Avvocatura precisa nella sua terza comparsa conclusionale, la citata sentenza del TAR è stata annullata dal Consiglio di Stato con decisione 20-4-99 n. 671, “che ha dichiarato, invece, la illegittimità dell’atto impugnato”, a nulla rilevando le ragioni della sentenza di carattere puramente formali. 2 – La normativa di cui alla citata legge 317/93 ha effetto ex nunc, facendo salvo quanto l’Amministrazione avrebbe dovuto effettuare: poiché la presente sentenza attiene alla dichiarazione del diritto della società e della conseguente responsabilità dell’Amministrazione al momento del fatto, la legge successiva avrà rilievo unicamente per la quantificazione del danno, in relazione al periodo di tempo in cui è avvenuta la lesione del diritto; 3 – L’annullamento delle precedenti delibere di approvazione delle varianti attiene, come nel caso precedente, alla quantificazione del danno e non all’accertamento dell’an, da effettuarsi con riferimento al momento in cui il fatto che si assume illegittimo o illecito è stato commesso. 4 – Per quanto attiene alla sussistenza di una urgenza “imperiosa” nella esecuzione dei lavori e, quindi, nell’affidamento degli stessi senza effettuare previamente una gara, lo stesso art. 13 noviesdecies della l. 363/84, citato, premette la ratio della norma: “Per provvedere a tutte le esigenze connesse al definitivo completamento dell’opera di ricostruzione, di rinascita e di sviluppo del comune di Ancona, colpito anche dagli eventi sismici del 1972 e dal movimento franoso del 1982 …”. Al 6° comma lo stesso articolo 13 recita: Il Ministero dei LLPP provvede all’attuazione e al completamento del piano di ricostruzione della città di Ancona … in via straordinaria, senza necessità di assenso di alcun altro Ministero, ed in conformità delle richieste del comune di Ancona”; al 7° comma l’art. 13 dispone: “per la sollecita realizzazione e sino alla completa realizzazionei progetti che hanno già riportato il parere favorevole del Consiglio superiore dei LLPP o che siano stati o saranno approvati dalla sola amministrazione comunaledebbono essere integralmente ed immediatamente emessi … Il comune di concerto con l’ente concessorio, ha facoltà di apportare varianti tecniche ai lavori …”. Dunque una urgenza dichiarata e specifica, anche se non ad horas, ma, comunque, concreta, se correlata con i tempi che sarebbero stati necessari per bandire le varie gare secondo i diversi lavori da espletare per ricostruire una città lesionata dal terremoto, legittima la procedura senza gara scelta dall’Amministrazione. 5 – La questione della copertura finanziaria è delicata, ma gli stessi pareri citati dall’Avvocatura e prodotti dalla società attrice indicano possibili soluzioni. L’Avvocatura Generale dello Stato, nel parere del 12-10-89, dopo aver richiamato il carattere urgente dell’art. 13 della l. 363/84, diretta non solo alla mera ricostruzione di quanto esisteva in precedenza, ma ad una vera rifondazione della città, per il dichiarato scopo della sua rinascita e del suo futuro sviluppo ed aver permesso che “a fronte della PA comunale deliberante è posto codesto Ministero con compiti esclusivi di garanzia esecutiva nei riguardi dei deliberati comunali”, riteneva che potesse “essere finanziata mediante il capitolo 9417 [spese per opere in corso di competenza statale e finanziate con leggi speciali, n.d.e.] l’intera previsione del piano, comunque divenuto operativo, tenuto conto della ripetuta necessità, voluta dalla legge, della sua completa attuazione”. Il Consiglio di Stato – sez. II – nel parere del 3-5-91, mentre confermava la specialità della normativa, che “per ragioni di urgenza” presentava aspetti caratteristici, richiamava la necessità di un coordinamento con le norme generali sulla contabilità dello Stato, tanto più che “non risultava che il Ministero avesse opposto resistenza alle progettate opere … ma poneva solo il problema del finanziamento delle medesime …”, che ricadevano nella piena competenza del Comune, non sindacabile dal Ministero. Occorreva quindi, sempre secondo il citato parere del Consiglio di Stato, un rifinanziamento degli interventi mediante provvedimenti legislativi, come rilevava la stessa nota del Ministero del Tesoro – Rag. Gen. Stato – n. 188804 del 14-1-91. Non potendo poi “negarsi che la pretesa della società concessionaria, correlata ad una posizione di diritto soggettivo, sembrava trovare fondamento nell’art. 13 noviesdecies, comma 7, lett. A) della legge 363/84, che impone al Ministero dei LLPP l’integrale ed immediata emissione dei decreti di affidamento …” occorreva il reperimento dei fondi, con imputazioni a capitoli di bilancio meno specifici, quale il cap. 9004, come ipotizzato dal Ministero dei LLPP: concludeva il Consiglio di Stato che il decreto ministeriale richiesto per l’affidamento dei lavori era “dovuto”, ma non poteva essere adottato se l’importo dei lavori superava la disponibilità, con la conseguenza che “occorreva provvedere al più presto possibile al reperimento dei fondi necessari”. Ritiene la Corte, in conclusione, che il limite dei fondi costituisca un problema del Ministero, che per dettato legislativo, è tenuto ad emettere uno specifico provvedimento di affidamento dei lavori: alcuni capitoli di spesa sono stati indicati addirittura dai due organi consultivi dello Stato espressamente sentiti e l’Amministrazione appellata non ha provato la effettiva impossibilità di ricorrervi. Dunque la responsabilità non può essere esclusaper il mancato reperimento del finanziamento, atteso anche il tempo trascorso senza alcuna azione utile dell’Amministrazione; eventualmente la questione potrà rilevare unicamente in ordine alla quantificazione del danno. 6 – Il diritto all’affidamento dei lavori all’appellante, all’epoca concessionario della realizzazione delle opere del Piano di Ricostruzione della città di Ancona, alla luce del citato art. 13, appare fuori discussione, come, del resto, ha rilevato il Consiglio di Stato nel citato parere. Gli elementi colposi nell’azione della P.A. debbono essere rinvenuti nella mancata emissione del decreto di affidamento o, quanto meno, nella mancata ricerca dei fondi necessari per la dovuta emissione, che poteva avvenire eventualmente usando, anche parzialmente, i capitoli indicati nei citati pareri. In altre parole, la completa inerzia del Ministero dei LLPP, anche dopo il provvedimento del Pretore e i pareri degli Organi consultivi, costituisce atteggiamento colposo, che non può andare esente da responsabilità, anche per il lungo periodo di tempo trascorso senza alcuna azione concreta. I rilievi dell’Avvocatura devono comunque essere disattesi, mentre la domanda della società attrice è accolta: l’Amministrazione deve essere condannata al risarcimento del danno, che sarà liquidato in separata sede, come richiesto”.

Il Ministero chiedeva la cassazione di tale sentenza, anche per violazione di norme sulla giurisdizione. Per l’esame di tale ultima questione, il ricorso è stato assegnato alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con sentenza 2415/2002, hanno dichiarato la giurisdizione del giudice ordinario, rigettando per questa parte il secondo motivo. Per l’esame degli altri motivi, il ricorso è stato assegnato alla Prima Sezione Civile che, con sentenza n. 60/2003, ha accolto il sesto motivo e rigettato gli altri, rinviando la causa ad altra sezione della Corte di appello. In particolare, si evidenzia che la pronuncia di rigetto ha riguardato:  – il quinto motivo di ricorso volto a denunciare laviolazione e falsa applicazione degli artt. 4 e 5 legge 20 marzo 1865, all. E, e dell’art. 7 legge 7 agosto 1990 n. 241, in relazione all’art. 13-novies decies L. 363 del 1984 alle direttive comunitarie n. 71/305 ed 89/440 CEE, recepite dalla L. 584/1977 e con il D.Lgs. 406/91, ed ai principi generali sul prevalere dell’ordinamento comunitario su quello interno”, per non avere la Corte di merito dato rilievo al fatto che la procedura di infrazione di norme comunitarie era stata abbandonata dopo il decreto di annullamento della concessione che comprovava l’illegittimità di quest’ultima e per aver, anzi, ritenuto, con riferimento ai lavori per cui è causa, che il loro affidamento senza gara e la legge che lo consentiva erano giustificati dalla particolare urgenza imperiosa dei progetti da eseguire; – il settimo e ultimo motivo di ricorso, con cui l’Amministrazione lamentava laviolazione dell’art. 13, noviesdecies, L. 363/84, in relazione all’art. 81 Cost., all’art. 2, secondo comma della L. 468/78 (L. 5 agosto 1978 n. 468; riforma di alcune norme di contabilità generale dello Stato in materia di bilancio) e all’art. 270 R.D. 23 maggio 1924 n. 827”, per aver “la Corte territoriale erroneamente ritenuto di modesta rilevanza il problema della copertura finanziaria per i progetti da eseguire, fondando la sua decisione su pareri dell’Avvocatura Generale dello Stato e del Consiglio di Stato, costituenti atti interni della P.A. non vincolanti per la stessa”.

Pertanto, il rigetto dei suddetti motivi (concernenti la pretesa violazione della normativa comunitaria ed il limite dei fondi) ha comportato il passaggio in giudicato delle surriportate statuizioni della Corte di appello su tali punti.

Il giudizio di rinvio si è concluso con la sentenza n. 4502/2005 della Corte di appello di Roma, passata in giudicato, che ha accertato la responsabilità per fatto illecito del Ministero, dichiarando che “era tenuto ad emettere in favore della società Adriatica […] il decreto di affidamento di cui al progetto del 21 gennaio 1987, approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, con voto 316 del 25 giugno 1987” e ha condannato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a risarcire a Edoardo Longarini […] i danni conseguiti alla mancata emanazione del suddetto provvedimento nella misura che sarà determinata in separato giudizio”.

In particolare, la Corte di appello ha accolto la pretesa risarcitoria “in quanto ricollegabile all’accertato ed inescusabile comportamento omissivo della pubblica amministrazione, che in violazione del diritto della società concessionaria, illegittimamente […] non ha proceduto all’assegnazione dei lavori” (pag. 9 sent., dalla settima riga).

Peraltro, nel frattempo, il Ministero era risultato definitivamente soccombente anche nel giudizio amministrativo promosso dalla Società Adriatica avverso l’annullamento di ufficio della concessione, disposto con D.M. 7 ottobre 1992, prot. 992 (nel tentativo di evitare, in tale modo, la condanna al risarcimento dei danni, ove la Società fosse stata privata, con effetto ex tunc, della sua qualifica di concessionaria dei lavori); il suindicato provvedimento è stato dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato, con sentenza 20 aprile 1999, n. 671, impugnata innanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che hanno rigettato il ricorso nel 2001, affermando la temerarietà della condotta dell’amministrazione.  

Il successivo giudizio concernente il quantum debeatur è stato devoluto ad un Collegio arbitrale, in base alla Convenzione di arbitrato in materia non contrattuale prot. n. B3/3149, stipulata dalle parti in data 28 luglio 2006 ai sensi dell’art. 808 bis del codice di procedura civile, predisposta dallo stesso Ministero su propria carta intestata e resa esecutiva con decreto dirigenziale prot. n. B3/3150 del 6 settembre 2006, approvato sia dalla Corte dei Conti che dalla Ragioneria dello Stato.

Tale determinazione risulta assunta (v. premessa della Convenzione, pag. 2, dalla tredicesima riga) sul rilievo “che è opportuno per il Ministero delle Infrastrutture, al fine di evitare un maggiore pregiudizio economico conseguente al gran lasso di tempo notoriamente occorrente per la conclusione di un giudizio civile promosso in via ordinaria, definire tempestivamente il rapporto processuale in ordine alle pretese azionate ed azionabili dal Sig. Edoardo Longarini per il mancato affidamento dei lavori di cui al progetto 21 gennaio 1987”.

Inoltre, a dimostrazione che la natura extracontrattuale della controversia costituiva fatto pacifico tra le parti, come indicato nell’oggetto della citata sentenza n. 73/2000 (pag. 2) in cui è riportata la locuzione “Responsabilità extracontrattuale” e che averla rinnegata, da parte dell’Avvocatura nel corso del giudizio, ha costituito un’indebita iniziativa rileva che, nel preambolo del suindicato decreto dirigenziale di approvazione della Convenzione, tra le ragioni che hanno determinato il provvedimento, viene dato atto della “richiesta avanzata dal legale di parte attrice in data 14.6.2006 che riferisce l’opportunità di addivenire alla stipula di una convenzione d’arbitrato praticabile in materia non contrattuale in base all’intervenuto D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 che ha introdotto nel codice di procedura civile l’art. 808-bis […]”. 

Il giudizio arbitrale è stato promosso dal Sig. Longarini successivamente al passaggio in giudicato della sentenza sull’an debeatur, con atto notificato al Ministero il 30 luglio 2008; nel corso della relativa istruttoria, è stata esperita una consulenza tecnica d’ufficio la quale, per la quantificazione dei danni, si è basata sul calcolo dei flussi di cassa positivi e negativi che si sarebbero determinati in caso di affidamento dei lavori.

Il Collegio arbitrale, dapprima, in data 26 marzo 2012, ha emesso un lodo parziale (tale dizione è espressamente riportata nel relativo frontespizio), con cui ha disatteso le eccezioni pregiudiziali e preliminari proposte dall’amministrazione ed ha pronunziato la condanna del Ministero al risarcimento dei danni, rimettendone la quantificazione ad un supplemento di consulenza tecnica e, di conseguenza, alla decisione finale.

Successivamente, in data 20 luglio 2012, ha emesso il lodo definitivo, con cui i danni da risarcirsi in favore del Longarini sono stati liquidati, in conformità con le vincolanti risultanze della C.T.U., in complessivi euro 1.201.105.077,00.

Al riguardo, il Collegio arbitrale ha osservato “che il rilevante ammontare della somma è conseguenza della lunghissima durata della vicenda in ordine alla quale è peraltro mancata la reale apertura di un tavolo di trattativa per vagliare l’ipotesi di una soluzione transattiva della controversia”. 

Ma, ad onor del vero, tale situazione è stata determinata esclusivamente dalla condotta antigiuridica del Ministero il quale – come si ribadisce – ha, dapprima, violato la legge (l’art. 13-noviesdecies della L. n. 363 del 1984), rifiutando indebitamente di emettere l’atto d’ufficio prescritto a conclusione del procedimento (tipizzato) di affidamento dei lavori, con ulteriore violazione del principio di buon andamento di cui all’art. 97 Cost. e, poi, ha eluso, nonostante la richiesta della Società concessionaria di eseguire tutte le opere oggetto del progetto approvato dal Consiglio Superiore dei LL.PP., il già menzionato provvedimento cautelare del giudice, concernente l’ordine di affidamento dei lavori, a difesa del diritto di credito della stessa concessionaria; decisione che, come si ribadisce, è stata confermata dalla successiva sentenza della Corte di appello di Roma n. 73/2000.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha proposto una prima impugnazione avverso il lodo parziale (indicato come tale dalla stessa Avvocatura dello Stato) e, successivamente, con atto del 29 ottobre 2012, ha impugnato il lodo definitivo, riproponendo contestualmente l’impugnazione avverso il lodo parziale.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 4600/2014, ha dichiarato inammissibili entrambe le impugnazioni.

Va evidenziato che la Corte di appello di Roma ha statuito che la Convenzione di arbitrato non afferiva a controversia contrattuale, ma a controversia extracontrattuale, come ivi indicato dalle parti compromettenti mediante il riferimento all’art. 808 bis c.p.c., e che la dedotta obbligazione risarcitoria da mancato affidamento dei lavori aveva in effetti natura extracontrattuale, come accertato dalla Corte di appello di Roma con le proprie sentenze passate in giudicato (la n. 73/2000 e la n. 4502/2005).

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con atto notificato il 22 settembre 2014, ha proposto ricorso per cassazione avverso la detta sentenza della Corte di appello, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c., articolato in tre gruppi di censure:

sub A), concernenti il mancato accoglimento dei motivi di impugnazione del lodo inerenti alla dedotta nullità della Convenzione di arbitrato ed alla conseguenziale incompetenza degli arbitri, per avere la stessa ad oggetto una controversia che non era né futura né attinente alla materia non contrattuale, trattandosi invece di controversia risarcitoria in materia di affidamento di lavori pubblici, come tale regolata dall’art. 241 del D.Lgs. n. 163/2006;

sub B), concernenti l’erroneità del capo della sentenza della Corte di appello che aveva giudicato i lodi non censurabili per violazione delle norme di diritto relative al merito della controversia;

sub C), concernenti l’erronea declaratoria di inammissibilità dei motivi prospettati dal Ministero come nullità ai sensi dell’art. 829 c.p.c..

A questo punto interviene (in soccorso del Ministero) la sentenza n. 24952/2015 della Corte di Cassazione la quale, dopo aver rigettato i motivi sub A) che, come precisato, erano volti ad invalidare la Convenzione di arbitrato e conseguentemente i lodi arbitrali, ha accolto, in palese contraddizione con tale decisum e a seguito di una vera e propria manipolazione delle statuizioni emesse nel giudizio sull’an, sebbene costituenti giudicato e, perciò, intangibili, quelli sub B) e per quanto di ragione quelli sub C) ed ha cassato (parzialmente) la sentenza impugnata, con rinvio della causa alla stessa Corte di appello, in diversa composizione.

Avverso la detta sentenza della Cassazione, il Longarini ha proposto ricorso per revocazione ex art. 391 bis c.p.c. il quale, sebbene il Collegio, con Ordinanza Interlocutoria n. 21564/2016, avesse ritenuto la “non manifesta inammissibilità dell’impugnazione” con rinvio della causa all’udienza pubblica, è stato, poi, inopinatamente dichiarato inammissibile con sentenza n. 18243/2017, sul rilievo che le doglianze sollevate non concernevano errori di fatto ma errori di diritto.

In sede di rinvio, la Corte di appello, con la sentenza in epigrafe indicata, ha così deciso:  “a) dichiara la nullità dei lodi per violazione dell’art. 829, comma 1 n. 4; b) dichiara la nullità dei lodi per violazione dell’art. 2909 c.c. in ordine alla residua pretesa risarcitoria del Longarini (salvo sub c); c) rigetta la domanda risarcitoria del Longarini (per la violazione della Direttiva UE 18 luglio 1984 n. 440), relativamente al dedotto inadempimento al provvedimento del Consiglio Superiore Lavori Pubblici di cui al voto n. 316 del 25 giugno 1987.

Le spese di tutti i giudizi possono essere integralmente compensate posto che, se pur è vero che Longarini è risultato soccombente, è però vero che – alla luce dell’art. 92 c.p.c. vigente ratione temporis – sussistono quei giusti motivi (in ragione dei lavori effettivamente eseguiti) che suggeriscono tale pronuncia compensatoria”.

Della ingiusta decisione è sta impugnata in Cassazione con ricorso notificato in data 21.11.2019.

Cause con il Comune di Ancona

In tale contesto fattuale il Comune di Ancona iniziava una battaglia contro il sig. Longarini per ottenere asseriti danni alla città di Ancona derivanti dal mancato completamento delle opere previste nel Piano di ricostruzione.

1.Risarcimento danni derivanti da reato. Causa in appello sulla condanna sul “quantum”.

Con atto di citazione notificato il 7 novembre 1995 il Comune di Ancona conveniva in giudizio il sig. Longarini Edoardo chiedendone la condanna al risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, quantificato nell’importo complessivo di 700 miliardi di lire, derivante dalla asserita commissione di fatti di reato contestati nel procedimento penale n 871/91 RG, (a suo dire) accertati con sentenza del Tribunale penale di Ancona n. 316 del 15.11.94 e consistenti nella perdita delle opere ricomprese nel Piano di Ricostruzione di Ancona, nella mancata definizione delle procedure di esproprio e nel discredito subito dall’amministrazione comunale a seguito delle contestazioni avanzate in sede penale.

Si costituiva in giudizio il convenuto contestando l’avversaria pretesa sia nell’an che nel quantum, evidenziando la pretestuosità ed infondatezza dell’iniziativa giudiziaria dell’amministrazione dorica.

Tuttavia, l’an debeatur veniva deciso dalla Corte di Appello di Ancona con sentenza n. 661/2013 confermata dalla Suprema Corte di Cassazione che accertava la responsabilità aquilana di Longarini nei confronti del Comune di Ancona per i fatti di reato contestati in sede penale.

La responsabilità per i danni lamentati dal Comune di Ancona è stata affermata sulla base di un giudizio nel quale le istanze del sig. Longarini non sono mai state giudicate nel merito ma al contrario respinte per ragioni di carattere formale (omessa istruttoria in primo grado, omesso esame della eccezioni difensive in secondo grado e inammissibilità del ricorso nel giudizio di legittimità). 

Pertanto, è stato proposto ricorso innanzi alla CEDU per violazione dei diritti fondamentali (artt. 6 e 13 della Convenzione: diritto ad un processo equo davanti ad un giudice imparziale e diritto ad un ricorso effettivo).

Il ricorso, che ha superato il vaglio di ricevibilità, è in attesa di essere deciso.

Nel frattempo, il giudizio sul quantum debeatur è proseguito avanti il Tribunale di Ancona ove la causa veniva rimessa in istruttoria per rinnovazione della CTU, “essendo necessario verificare l’esistenza dei danni lamentati, con particolare riferimento alla natura ed entità degli stessi, alla luce degli elementi evidenziati dalla Corte d’Appello in ordine alla sussistenza delle condotte illecite, già contestate in sede penale”.

A tal fine il Giudice nominava l’Ing. Giuseppe Albano (iscritto all’Ordine degli ingegneri di Milano), al quale sottoponeva i seguenti quesiti: “esaminati gli atti e la documentazione prodotta e – solo se indispensabile – anche quella oggetto della istanza di esibizione documentale avanzata dal Comune d Ancona (v. note per l’udienza del 19.11.2013), e tenuto presente quanto accertato dalla Corte di Appello di Ancona con la sentenza n. 661/2013, con particolare riferimento sia alla sussistenza delle condotte illecite, già contestate in sede penale, poste a fondamento della domanda risarcitoria, sia agli aspetti sopra evidenziati, accerti il CTU: 1-) la esistenza dei danni lamentati da parte attrice, ricollegabili alle condotte, come accertate in sede penale e ritenute sussistenti dalla Corte di Appello con la sentenza citata; 2-) la natura e la entità dei danni ricollegabili a quanto accertato con particolare riferimento alle errate modalità di calcolo dei tempi di svolgimento delle opere – che hanno influito sui termini di ultimazione e consegna delle opere stesse (pagg. 22, 23, 25 e segg. della sentenza della Corte di Appello di Ancona n. 661/2013, ) – ed alla non corretta applicazione dei coefficienti di rivalutazione, del sovrapprezzo e delle anticipazioni (pag. 24 sent. cit., pagg. 36 e segg. sent. cit.); 3-) la natura ed entità dei danni derivanti dall’allungamento dei tempi di consegna delle opere (pagg. 32 e segg.), dal ritardo nella realizzazione delle opere già previste e comprese nel piano di ristrutturazione e dalla perdita , in quanto non più realizzate, delle ulteriori opere previste in tale sede e non realizzate per mancata previsione di ulteriori finanziamenti statali (pag. 39 e segg.); 4-) l’entità del pregiudizio economico ricollegabile agli esborsi eventualmente effettuati in favore di terzi espropriati, limitatamente alle domande già definite (pagg. 44)”. 

Espletata la consulenza il nominato CTU depositava l’elaborato peritale in data 31 ottobre 2016. In particolare sul quesito 2, volto ad accertare la natura ed entità dei danni ricollegabili alle errate modalità di calcolo dei tempi di svolgimento delle opere, alla non corretta applicazione del coefficiente di rivalutazione, dei sovrapprezzi e delle anticipazioni (condotte contestate in sede penale), il CTU ha accertato: a) che i tempi di svolgimento sono stati calcolati correttamente (p. 28 e ss.); b) che il calcolo della variazione media dei prezzi (id est, coefficiente di rivalutazione) concretamente applicata alla fattispecie è esente da censure (p. 39 e ss; in particolare p. 60), ritenendo non condivisibile la diversa ricostruzione proposta dal CT di parte attrice in ordine all’applicazione del DM del 1978 ed in particolare  della Tabella 2 prevista dal suddetto DM (p. 57); c) che i sovrapprezzi (p. 67 e ss.) sono stati correttamente applicati in ragione delle concrete destinazione delle aree e dello stato dei luoghi; d) che l’aumento dell’anticipazione al 50% (p. 86 e ss), oltre ad essere stato correttamente applicato, è stato comunque, compensato dall’esecuzione di maggiori opere, pari a complessivi £ 189.379.951.388 (che è importo maggiore di £ 135.000.000.000) ed ha, di fatto, impedito la revisione dei prezzi contrattuali fino all’importo della somma anticipata, costituendo, dunque, un indubbio vantaggio per l’Erario.

Sul quesito 3, volto alla verifica della natura ed entità dei danni ricollegabili all’allungamento dei tempi di consegna delle opere, al ritardo nella realizzazione di quelle già previste nel piano di ricostruzione e alla perdita delle ulteriori opere, non realizzate per mancanza di ulteriori finanziamenti statali, il CTU ha correttamente escluso sia l’esistenza di una danno per ritardo nella consegna delle opere, sia l’esistenza di un danno per il mancato completamento di opere che il Comune dorico ha asserito di aver perduto in quanto non più realizzate né finanziate dallo Stato. 

Sul quesito 4 il CTU ha indicato una somma di circa 20 milioni o in subordine di € 7.600.000, rimettendo al Giudice la verifica in ordine al tempestivo deposito, da parte del Comune, della la prova dei pagamenti e della questione relativa al riferimento degli importi pagati dal Comune alle opere affidate in Concessione e a pratiche definite.

Con sentenza n. 657/2017 pubblicata in data 18 aprile 2017 il Tribunale civile di Ancona, nel decidere sulla domanda proposta dal Comune di Ancona contro il sig. Longarini Edoardo ha così statuito: “condanna Longarini Edoardo al pagamento, in favore del Comune di Ancona, della somma di € 8.021.796,66, oltre rivalutazione monetaria secondo gli indici Istat del costo della vita per le famiglie dei lavoratori dipendenti e interessi al saggio legale da calcolarsi sulla somma di € 7.521.796,66 annualmente rivalutata, dalle date dei singoli pagamenti alla data del deposito della presente sentenza, nonché a rimborsare tre quarti delle spese di lite, che nell’intero liquida in € 71.702,00 e compensa per un quarto. Pone gli oneri di c.t.u. definitivamente a carico di parte convenuta”.

A sostegno della pronuncia di condanna della somma di € 7.521.796,66,  il Tribunale di Ancona si è basato sulla determinazione effettuata dal c.t.u. dei maggiori oneri espropriativi di cui al prospetto indicato come “allegato D” prodotto in causa dal Comune di Ancona e aggiornato dalla stessa parte attrice nel quale gli importi pagati per gli espropri sono stati calcolati con rivalutazione ed interessi fino al 31.12.2015.  

La condanna della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale in termini di lesione dell’immagine dell’ente comunale, equitativamente stimata in € 500.000,00 già rivalutata e comprensiva di interessi, è stata determinata  con valutazione equitativa sulla base di elementi presuntivi (diffusione della pubblicità negativa derivata alla città di Ancona, sua protrazione temporale, recupero solo parziale delle utilità attese in termini di miglioramento della viabilità, gravità delle conseguenze patrimoniali). 

Con atto notificato il 6.06.17 il Comune, ritenendo insoddisfacente la condanna ad 8 milioni, ha chiesto la riforma della sentenza di primo grado n. 657/2017, riproponendo la domanda di condanna alla somma di € 366.563.016,70, fatta salva ogni diversa valutazione anche in via equitativa. Contestualmente ha chiesto un sequestro conservativo dei titoli oggetto di pegno per la parte eccedente  8.021.796,66.

La Corte di Appello, dopo aver concesso la misura richiesta inaudita altera parte, una volta instaurato il contraddittorio, l’ha revocata.

Con atto notificato in data 10.07.2017 è stato proposto appello autonomo avverso la sentenza del Tribunale di Ancona n. 657/2017 chiedendo il rigetto di ogni domanda formulata dal Comune e la restituzione di quanto corrisposto in esecuzione della sentenza   impugnata.

Nell’appello si è evidenziato, in particolare, che le somme riconosciute dal Comune agli espropriati sono sovrastimate in modo abnorme e sono state corrisposte con modalità illecite in relazione alle quali è stato presentato anche un esposto alla Procura della Repubblica.

La prima udienza si terrà il 18.03.2020.

Decreto ingiuntivo chiesto dal Comune di Ancona per il rimborso delle somme pagate agli espropriati Ramorino e Barone per la somma di € 752.095,00.

Il Comune di Ancona ha chiesto ed ottenuto dal Tribunale di Ancona l’emissione di un’ingiunzione di pagamento nei confronti del sig. Longarini Edoardo per la somma di € 752.095,67 oltre ad interessi legali dal dovuto al saldo e spese della procedura deducendo a sostegno di aver diritto alla restituzione di somme pagate ad alcuni espropriati (nello specifico “Ramorino” e “Barone”) che, sulla base di sentenze esecutive di condanna, dovevano essere pagate anche da Longarini nella misura del 35% del totale. In particolare: a) per la vertenza “Ramorino” sulla base della sentenza n. 485/2008 del Tribunale di Ancona (di condanna al pagamento in favore delle sigg.re Ramorino M. Chiara e Ramorino M. Letizia  della somma di  € 422.691,27  oltre rivalutazione monetaria dal luglio 1984 ed interessi) il Comune avrebbe pagato per intero tutte le somme oggetto di condanna solidale, sicché ne pretenderebbe il 35% dal Longarini, pari ad € 524.303,27;  b) per la vertenza “Barone” sulla base della sentenza n. 174/2016 della Corte di Appello di Ancona (di condanna al pagamento in favore dei sigg.ri Barone Pietro ed Andrea della somma di € 250.939,29 oltre rivalutazione dal Luglio 1984 ed interessi) il Comune avrebbe pagato per intero tutte le somme oggetto di condanna solidale per un importo non specificato, sicché ne pretenderebbe il 35% dal Longarini, quantificato in € 214.511,27; c) per la vertenza “Barone bis”, sulla base della sentenza n. 1254/2016 della Corte di Appello di Ancona, il Comune avrebbe pagato per intero tutte le somme oggetto di condanna solidale e ne pretenderebbe dal Longarini il 50%, per un importo complessivo di € 13.281,13.

Longarini Edoardo ha contestato integralmente la pretesa.

Le somme richieste non solo non sono dovute ma il Comune ha già incassato dal medesimo Longarini una somma eccedente rispetto a quella per cui è stata disposta la condanna, cosicché il Comune deve restituire le differenza, pari ad € 1.701.750,75 per la vertenza Ramorino, e ad € 818.607,18 per la vertenza Barone, oltreché la somma di  € 17.493,09  per le spese legali pagate sulla base di un titolo poi riformato per un totale di € 2.537.851,02. 

Citazione per danni contro il Comune 

Il sig. Longarini Edoardo ha chiesto al Comune di Ancona,  sin dal 1993, con varie diffide di volta in volta rinnovate, il risarcimento di tutti i danni derivanti dall’illegittimo annullamento della cosiddetta delibera ricognitiva, che ha poi portato all’annullamento delle concessioni.

Il Comune di Ancona è infatti responsabile ex art. 2043 c.c. dei danni cagionati dai sopra descritti comportamenti, adottati in violazione di legge, e lesivi di diritti soggettivi del sig. Longarini.

In particolare la legge 363/84 ha attribuito al concessionario un diritto soggettivo perfetto all’affidamento ministeriale delle opere approvate dal Comune di Ancona atteso che sulla base dell’art. 13 novies decies, con la approvazione dei progetti e delle varianti da parte del Comune sorgeva, in capo alla concessionaria il diritto all’affidamento dei lavori oggetto di tali progetti e varianti (cft. Cons Stato parere del 3 maggio 1990, TAR Lazio, sez. III, n. 8923/11; Corte di Appello di Roma n. 73/2000, confermata nelle statuizioni di diritto dalla S.C. di Cassazione (sentenza n. 60/2003) e confermata in sede di rinvio dalla sentenza della Corte di Appello di Roma n. 4502 del 2005).

Il Comune di Ancona ha leso il predetto diritto soggettivo ovvero comunque l’affidamento del concessionario inducendo il Ministero del LL.PP: ad interrompere il rapporto in essere sulla base di un presupposto (inadempimento) non verificato e rivelatosi insussistente; con ciò ha impedito il pagamento delle opere eseguite che sono state prese in possesso coattivamente dal Comune e la prosecuzione di quelle affidate sul quale la concessionaria faceva legittimo affidamento (essendo adempiente al rapporto in essere sia con i tempi che con le opere da realizzare, come accertato, ad es.,  dalla commissione di collaudo in corso d’opera).

Il  Comune ha inoltre annullando le richieste di affidamento delle opere e delle varianti approvate (relative al progetto 77 e al cd progetto 87) i cui lavori erano stati iniziati dal concessionario su pressione delle stesso Comune, con ciò impedendo al Ministero di affidare il progetto 87 e concorrendo con il medesimo Ente nell’omissione colposa dell’affidamento dei lavori; con ciò frustando il diritto del concessionario di ottenere il pagamento delle opere già eseguite su ordine del Comune e l’affidamento di quelle relative alle varianti ed ai progetti approvati sulle quelli aveva fatto legittimo affidamento sulla base delle previsione di legge (legge 363/84).

Pertanto il danno di cui si chiede il risarcimento si fonda su comportamenti del Comune di Ancona violativi  di “…principi generali di comportamento, quali la perizia, la prudenza la diligenza, la correttezza e la buona fede” direttamente lesivi del diritto del concessionario all’affidamento e alla prosecuzione delle opere rientranti nel Piano di Ricostruzione o comunque dell’affidamento del medesimo concessionario di potere legittimamente procedere sulla base di provvedimenti ampliativi.

Inoltre , con riferimento alla presa in possesso dei cantieri della ex società concessionaria, il Comune di Ancona ha agito in carenza di potere e senza la necessaria prudenza perché nonostante la pendenza del giudizio circa l’illegittimità dell’annullamento della concessione, manifestamente fondato perché adottato in carenza dei presupposti di legge (omesso contraddittorio con il destinatario dell’annullamento) il Comune di Ancona ha effettuato la materiale apprensione delle opere eseguite dalla Concessionaria, senza contraddittorio e senza procedere alla loro ricognizione, con ciò ledendo direttamente il diritto soggettivo dell’esecutore dell’opera alla quantificazione e pagamento delle medesime nonché alla prosecuzione dei lavori.

Con atto di citazione notificato in data 11.12.2017 si è pertanto citato in giudizio il Comune di Ancona avanti il Tribunale di Ancona per ottenere la condanna al risarcimento dei seguenti danni:

1.a)  Danni relativi alla mancata disponibilità delle risorse economico-finanziarie  rivenienti  dalle  opere  oggetto di concessione, quantificabili in almeno €.50.000.000,00; 1.b)  1. Danni conseguenti alla coattiva  presa  in  possesso delle opere eseguite e dei relativi cantieri dichiarata illegittima, quantificabili in almeno €.50.000.000,00; 1.c)  Danni conseguenti alla perdita di valore della società Concessionaria per cessazione dell’attività, quantificabili in almeno €.250.000.000,00 (pari al 20% del portafoglio lavori); 1.d)  Danni conseguenti alla perdita di valore delle società partecipate, quantificabili in almeno €. 200.000.000,00; 1.e) Danni all’immagine della società Concessionaria, quantificabili in almeno €.200.000.000,00. 1.f)  Rivalutazione ed interessi legali dall’ottobre 1992 fino all’effettivo soddisfo sulle richieste di cui ai punti 1.a-1.b-1.c-1.d-1.e.

2. Danni conseguenti all’annullamento della delibera n. 1114/87, nella misura di seguito descritta: 2.a) Lavori eseguiti a seguito delle varianti, per Lire 19.707.813.035 (pari ad € 10.178.236,01); 2.b) Aggiornamento economico dei Lavori eseguiti al ottobre 1992 mediante revisione prezzi per Lire 6.576.371.548 (pari a € 3.396.412,46);2.c) Indennità di espropriazione pagate e non rimborsate per Lire 111.332.770 (pari a € 57.498,58); 2.d) Oneri aggiuntivi per approntamento cantieri e oneri del concessionario (progettazione numerose varianti e direzione lavori su più cantieri simultanei) per Lire 26.895.115.832 (pari a € 13.890.168,13); 2.e) Spese generali sui lavori non fatti eseguire (Lire 33.643.902.799 a valori dicembre 1984) per Lire 2.659.597.059 (pari a € 1.373.567,25); 2.f) Aggiornamento economico delle Spese generali al ottobre 1992 per Lire 1.496.289.305 (pari a € 772.768,93); 2.g) Mancato utile sui lavori non fatti eseguire (Lire 33.643.902.799 a valori dicembre 1984) per Lire 3.058.536.618 (pari a € 1.579.602,34); 2.h) Aggiornamento economico del Mancato utile al ottobre 1992 per Lire 1.720.732.701 (pari a € 888.684,27); 2.i) Oneri del Concessionario sui lavori non fatti eseguire (Lire 33.643.902.799 a valori dicembre 1984) per Lire 1.682.195.140 (pari a €.868.781,29); 2.l) Aggiornamento economico degli Oneri del Concessionario all’ottobre 1992 per Lire 946.402.986 (pari a € 488.776,35); 2.m) Mancato pagamento in annualità 25ennali differite al tasso ufficiale di sconto vigente nel ottobre 1992 maggiorato di 5 punti percentuali come previsto per Legge, relativamente alle richieste di cui ai punti 2.a-2.b-2.c-2.d, oltre agli interessi moratori maturati dalle singole scadenze; 2.n) Rivalutazione ed interessi legali dall’ottobre 1992 fino all’effettivo soddisfo sulle richieste di cui ai punti 2.e-2.f-2.g-2.h-2.i-2. 

3. Danni derivanti dall’annullamento dell’approvazione del cosiddetto “progetto 87” nella misura di seguito descritta: 3.a) Lavori eseguiti a seguito delle varianti, per Lire 80.831.644.798 (pari ad   € 41.746.060,62); 3.b)  Aggiornamento economico dei Lavori eseguiti al ottobre 1992 mediante revisione prezzi per Lire 25.690.107.750 (pari a € 13.267.833,38); 3.c) Oneri aggiuntivi per approntamento cantieri e oneri del concessionario (progettazione numerose varianti e direzione lavori su più cantieri simultanei) per Lire 20.299.117.672 (pari a € 10.483.619,37); 3.d)  Spese generali sui lavori non fatti eseguire (Lire 263.421.538.742 a valori dicembre 1984) per Lire 22.173.530.197 (pari a € 11.451.672,65); 3.e)  Aggiornamento economico delle Spese generali al ottobre 1992 per Lire 12.477.045.442 (pari a € 6.443.856,20); 3.f)  Mancato utile sui lavori non fatti eseguire (Lire 263.421.538.742 a valori dicembre 1984) per Lire 23.947.412.613 (pari a € 12.367.806,46); 3.g)  Aggiornamento economico del Mancato utile al ottobre 1992 per Lire 13.475.209.077 (pari a € 6.959.364,69); 3.h) Oneri del Concessionario sui lavori non fatti eseguire (Lire 263.421.538.742  valori   dicembre  1984)  per   Lire 89.760.889.326 (pari a   €.46.357.630,56); 3.i) Aggiornamento economico degli Oneri del Concessionario al ottobre 1992 per Lire 50.508.452.424 (pari a € 26.085.438,72); 3.l) Mancato pagamento in annualità 25ennali differite al tasso ufficiale di sconto vigente  nel ottobre  1992 maggiorato  di 5  punti  percentuali  come previsto per Legge, relativamente alle richieste di cui ai punti 3.a-3.b-3.c, oltre agli interessi moratori maturati dalle singole scadenze; 3.m) Rivalutazione ed interessi legali dall’ottobre 1992 fino all’effettivo soddisfo sulle richieste di cui ai punti 3.d-3.e-3.f-3.g-3.h-3.i. 3.n) ed inoltre costi per acquisizione aree ovvero risarcimenti per “espropri” pagati (Leonardi; Ramorino; Ama)  e  da  pagare   (Sparaco,   Barone, ecc), per circa € 6.000.000, salvo migliore quantificazione.

La prima udienza è stata fissata per il 23.05.2018. Il Comune ha pero chiamato in causa il Ministero delle Infrastrutture, ritenendolo responsabile dei danni e l’udienza è stata differita al 24.10.2018.

Il Ministero ha eccepito la pendenza del giudizio per il risarcimento del danno derivante dal mancato affidamento dei lavori avanti la Corte di Appello di Roma ritenendolo pregiudiziale rispetto alla decisione del Giudice di Ancona.

Il Tribunale ha sospeso la causa fino al passaggio in giudicato della sentenza sulla responsabilità del Ministero.