Malagiustizia, la rovina del Paese

Il sistema Paese: il rating

Per un Paese il rating indica la capacità di ripagare il proprio debito; capacità i cui criteri di rilevazione sono:

  • il punteggio politico, i cui indici sono – oltre alla stabilità del sistema politico – la responsabilità e l’affidabilità delle istituzioni;
  • il punteggio economico, per cui valutazione si ha riguardo alle strutture economiche del paese e alle prospettive di sviluppo del tessuto economico;
  • il punteggio esterno, inteso quale capacità di avere liquidità esterna e quindi un raffronto tra posizioni dei residenti nel territorio del Paese con i non residenti;
  • il punteggio della fiscalità, risultante dagli effetti della fiscalità rapportati all’onere del debito;
  • il punteggio della flessibilità monetaria.

In realtà la stabilità del sistema politico e la responsabilità e l’affidabilità delle istituzioni rappresentano lo snodo fondamentale del rating sovrano non solo sul punteggio politico ma su tutti gli ulteriori punteggi considerando la capacità di tali indici di impattare sugli altri punteggi (e così sul punteggio economico vista l’incidenza sulla capacità di sviluppo, sul punteggio fiscale diretta conseguenza della politica in tema perseguita e dell’affidabilità delle istituzioni in materia di evasione e così via).

Focalizzando l’attenzione sul sistema giudiziario è altrettanto ineludibile come la responsabilità e l’affidabilità delle istituzioni giudiziarie di un Paese (i cui indici rilevatori sono i tempi della giustizia, la sua indipendenza e la qualità) costituisca un presupposto indefettibile dello sviluppo economico del Paese e dell’attrazione degli investimenti, così come evidenziato anche dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale Europea, dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dal World Economic Forum.

L’Italia, purtroppo, dopo avere raggiunto le vette del rating internazionale nel 1986 con una tripla A (AAA) ha intrapreso una strada di declino costante non riuscendo a trovare evidentemente le chiavi per innescare la ripresa del Paese.

Hanno concorso a questo degrado non solo una crisi della classe politico-dirigente, ma una grave perdita di affidabilità delle istituzioni, anche giudiziarie, del Paese. 

La classifica europea sui livelli di qualità, indipendenza ed efficienza della giustizia dei paesi dell’Unione Europea non offre certamente al mondo una visione positiva dell’Italia.

Sui tempi di giustizia l’Italia si colloca sempre inesorabilmente alle ultime posizioni. E non migliora la valutazione su scala mondiale atteso che anche la Banca Mondiale è impietosa collocando, nelle proprie analisi, l’Italia al 156° posto su 181 Paesi.

Ma quel che è più grave è che sulla percezione di indipendenza delle Corti e dei giudici italiani la classifica europea collochi l’Italia, anche in questo caso, agli ultimi posti (per l’esattezza al quart’ultimo posto).

Ciò che più aggrava il quadro complessivo è che tra le principali cause della percezione di mancanza di indipendenza della giustizia italiana siano individuate le “interferenze o pressioni del Governo e dei politici”.

Passando ad analizzare anche i dati specifici della giustizia penale il panorama resta sconfortante. Una delle più autorevoli testate giornalistiche riporta come in Italia dal 1992 al 2018 risulterebbero accertati circa 26.500 casi di ingiusta detenzione (pari all’intera popolazione circa della città di Siena o di Enna o di Chiavari) per i quali lo Stato avrebbe corrisposto imponenti risarcimenti.

Il caso Longarini

E così può accadere che se lo Stato in un rapporto con un’impresa o erra a non assumere iniziative dovute ai sensi di legge o erra nell’assumerle in spregio della legge, possa intervenire – in una guerra impari – il potere legislativo a correggere le condotte errate dello Stato, al contempo anche parte di un rapporto litigioso.

Se un privato erroneamente termina un rapporto contrattuale o al contrario induce un terzo ad assumere impegni ad effettuare lavori e poi non sottoscrive il contratto, il giudice ne affermerà – sulla base delle regole vigenti – la responsabilità.

In Italia, a volte accade che non sia così.

Lo Stato è parte in campo e gioca la partita, ma al contempo cambia le regole del gioco in corsa per poi avere il cittadino anche la sensazione (forse errata) di una perdita di affidabilità dell’istituzione giudicante.

Longarini ha ragione

Migliaia di pagine giudiziarie, oltre trenta sentenze di giudici diversi e quasi tutte favorevoli al Longarini. Di ciò non vi è traccia negli articoli, nei messaggi di disprezzo.

I fatti:

1. le imprese riconducibili ad Edoardo Longarini, hanno ricevuto, in concomitanza di eventi naturali catastrofici (come accertato dalla Corte di Cassazione, oltre che dalla Corte di Appello di Roma) quali lo smottamento franoso della città di Ancona che coinvolse quasi 350 ettari di terreno urbano e suburbano, uno sciame sismico protrattosi per mesi, la concessione per la esecuzione di opere edilizie.

2. Per questi eventi e sulla base di questi eventi lo Stato e per esso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (al tempo Ministero dei lavori pubblici) individua la Adriatica Costruzioni Ancona (impresa controllata dal Longarini che ha già realizzato opere di eccellente fattura (si vedano le opere realizzate in Irpinia quali ponti, cavalcavie, strade che hanno resistito ad importanti eventi sismici senza crollare come di recente è dato vedere per altre opere dello Stato pur in assenza di eventi calamitosi).

Per risolvere i problemi di viabilità post belliche e post terremoto il Comune di Ancona chiede l’intervento dello Stato per procedere all’affidamento in concessione delle opere al “concessionario unico” società Adriatica Costruzioni che sta già eseguendo al ricostruzione post bellica (v. delibere 468/81 che ordina il progetto di completamento asse nord sud; delibera 750/81 che ordina, nelle more dell’emissione del decreto ministeriale, l’esecuzione di opere urgenti al “concessionario unico” ).

Lo Stato affida i lavori a Longarini

E lo Stato interviene con la legge 363/84, voluta dai parlamentari marchigiani (in primis Merloni) che impone l’affidamento del progetto di completamento asse nord sud (Progetto 80) per venire incontro alle esigenze del Comune di Ancona.

Il Comune di Ancona, a seguito della frana del 1982, ordina con oltre 40 delibere l’esecuzione di ulteriori lavori che verranno riassunti nel progetto del 1987, approvato con la delibera ricognitiva del Comune di Ancona n. 577 del 1990 e dal Consulp con voto n. 316/87 .

Il progetto 87, però, nonostante lo specifico obbligo di legge, non verrà mai affidato dal Ministero. Eppure gli organi della giustizia ordinaria ed amministrativa confermeranno l’obbligo dello Stato di emettere i decreti di affidamento in presenza delle approvazioni comunali e/o dell’organo consultivo (Tar Lazio, sez. III, n. 8923/11 del 17 novembre 2011; Cons. Stato, sede consultiva 3.05.90; Tar Marche 1277/93; Cass. 60/2003; Corte app Roma 4502/2005).

Le concessioni vengono revocate

3. Il 7 ottobre 1992, in assenza di alcuna argomentazione che sia poi risultata veritiera e in violazione dell’obbligo normativo (sia della Comunità Europe che italiano) di convocare e di sentire l’imprenditore, il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (al tempo ministero dei Lavori pubblici) annulla ex abrupto tutte le concessioni ed effettua, tramite il Comune di Ancona, l’impossessamento dei cantieri in essere.

4. Consapevole evidentemente della illegittimità della propria condotta il Ministero chiama in soccorso il potere legislativo ed ecco che l’illegittimo decreto viene recepito in una legge di revoca ( legge 317 del 12 agosto 1993 ) che ad personam (o meglio contra personam) richiama espressamente il decreto contro le imprese Longarini per sancirne la sua efficacia seppure anche in dispregio della decisione del massimo organo amministrativo (Consiglio di Stato) che aveva dichiarato il decreto di annullamento del tutto illegittimo.

Per la Cassazione l’intervento è illegittimo

5. L’intervento (o meglio l’interferenza normativa) si rivelerà essenziale perché sia il Consiglio di Stato prima che la Corte di Cassazione poi hanno affermato l’assoluta illegittimità del decreto ministeriale del 7 ottobre 1992. Per quanto abbiamo anticipato sopra il decreto ministeriale del 7 ottobre 1992 non ha argomentazioni che siano risultate poi veritiere, perché le uniche argomentazioni di revoca erano:

  • il fatto che la Commissione Europea avesse chiesto allo Stato lumi sull’affidamento diretto, senza tuttavia adottare alcun provvedimento e ponendo in luce, come successivamente acclarato in via definitiva dalla Corte di Cassazione ( n. 60 del 2003 ) in linea co il Consiglio di Stato, che non vi fosse alcuna violazione della disciplina italiana e comunitaria (al tempo) nell’affidamento diretto al Longarini in presenza di chiari, evidenti e conclamati imprevisti eventi naturali del tutto straordinari;
  • il fatto relativo a vicende giudiziarie penali in cui fu coinvolto il Longarini che anche in questo caso si conclusero con un nulla di fatto e rimettendo alla valutazione del giudice civile l’eventuale valutazione di addebiti civilistici rispetto ai quali l’Avvocatura dello Stato e il Ministero, evidentemente consapevoli della inanità delle loro pretese, decisero di non proseguire alcuna azione abbandonando ogni pretesa.

Ma l’errore dello Stato (in taluni casi di non attivare il rapporto contrattuale ed in altri di interromperlo), aggravato da un immobilismo assoluto nell’affrontare le proprie responsabilità, ha generato un problema enorme in cui è rimasto vittima il Longarini (che nel frattempo è subentrato alle sue imprese oramai azzerate dallo Stato, con gravissime conseguenze per le ulteriori attività del Longarini in fase di start up e che furono costrette a chiudere definitivamente con conseguenti perdite economiche oltre che sul tessuto sociale).

Immobilismo e tassi alti le cause del megadebito

Quale era il problema? Tutti i rapporti risalenti ad oltre trent’anni orsono erano regolati da tassi di interesse elevatissimi. Lo Stato al tempo emetteva bot con rendimenti anche superiori al 20 per cento.

Quindi l’inadempimento dello Stato, anche attraverso il ritardato pagamento, ha determinato una crescita esponenziale delle responsabilità di chi per esso ha impedito il pagamento per quasi trent’anni sottraendosi ad ogni confronto, per trovare una soluzione mentre opere strategiche per la città sono rimaste incompiute.

Le responsabilità del pasticcio

Di chi è la responsabilità per un risarcimento enorme che avrebbe potuto essere risolto con qualche decina di milioni di euro, evitando di chiudere aziende e di licenziare centinaia di lavoratori?

Forse quei responsabili hanno tentato e tentano una difesa estrema dai loro orrori/errori?

Può essere utile ripercorrere, a tal fine, i fatti giudiziari e l’inspiegabile mutamento, all’ultimo minuto, del pensiero dei giudici una volta chiamati ad affermare la responsabilità economica dello Stato, travolgendo principi di diritto sacri ed inalienabili quali il principio del giudicato ed il principio dell’affidamento, corollario essenziale per la giurisprudenza comunitaria.

Il giudicato rappresenta qualcosa di definitivamente valutato e in materia giuridica un provvedimento dell’autorità giudiziaria divenuto definitivo per non potere essere più sottoposto a mezzi di impugnazione. È il principio cardine del nostro sistema giudiziario nonché il punto di chiusura del principio successivo dell’affidamento.

L’affidamento rappresenta un’estrinsecazione del principio della certezza del diritto e del principio della buona fede, principio cardine per ogni moderno Stato (e che nella Costituzione italiana è riconducibile ai principi sanciti dall’articolo 3 e nell’articolo 11 che determina l’ingresso nel nostro ordinamento della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in cui l’articolo 6 disciplina proprio il principio dell’affidamento). In sintesi tale principio si risolve nel diritto del cittadino di potere fare affidamento sulle leggi e sulle condotte dello Stato sulle quali il cittadino fonda le proprie condotte e sull’assunto che tali leggi e tali condotte dello Stato non possano mutare retroattivamente con la conseguenza che l’affidamento venga meno per avere agito male sulla base poi di principi retroattivamente mutati o per avere agito in un modo a ciò indotto dallo Stato e che poi successivamente lo Stato stesso contesti.

Lo Stato deve determinare l’affidamento: non può mutare le leggi con efficacia retroattiva, non può indurre il cittadino in errore con le proprie condotte portandolo a ritenere corrette le iniziative che il cittadino assume per poi eccepirne l’illegittimità.

Sia consentita a questo punto un’annotazione storica e un richiamo all’attualità. Con la legge di revoca lo Stato ha non solo distrutto le imprese del Longarini, lasciando al medesimo la sola scelta di dovere ricostruire la propria immagine e di perseguire nelle sedi giudiziali la condanna dello Stato, ma ha lasciato incompiute ancora ad oggi e a quasi venti anni di distanza opere di rilevante interesse per la città di Ancona (così vanificando anche il proprio investimento), e ha distrutto importanti realtà economiche (con chiare ripercussioni sull’occupazione e sociali).

Sembra del resto questo il destino cui sono condannati quasi tutti i principali appaltatori di opere pubbliche italiani a conferma che, come costantemente rilevato in sede internazionale, lo Stato italiano è un pessimo pagatore, salvo poi esser costretto a mettere in atto periodiche e tardive “operazioni di sistema” per tentare di evitare il tracollo del settore, come conferma il recente intervento di Cassa Depositi e Prestiti per dar vita ad un polo nazionale del settore necessario per evitare il naufragio dei principali operatori (oltre che dei risparmiatori che hanno investito in obbligazioni dei gruppi coinvolti).

Suonano tanto drammatici quanto destinati a cadere nel vuoto gli appelli dei protagonisti del settore. Nella mozione della Camera dei deputati del 29 maggio 2019 si è dati spazio alle istanze dell’Associazione Nazionale dei Costruttori in cui tra l’altro si afferma che “il 7 dicembre 2017” la Commissione Europea ha deferito l’Italia alla Corte d Giustizia dell’Unione Europea definendo “sistematico” il ritardo con cui le amministrazioni pubbliche italiane effettuano i pagamenti nelle transazioni commerciali,

Inoltre, il 7 giugno 2018 la Commissione Europea ha deciso di inviare un ulteriore parere motivato all’Italia in quanto il suo diritto nazionale non è conforme alla direttiva sui ritardi si pagamento (direttiva 2011 /7/ UE). Per la Commissione le modifiche al codice dei contratti pubblici dell’aprile 2017, che hanno esteso sistematicamente di ulteriori 30 giorni i tempi di gestione del pagamento delle fatture per stato avanzamento lavori negli appalti pubblici si configurano come una violazione della direttiva sui ritardi di pagamento. Tale normativa non è stata a tutt’oggi modificata nonostante le richieste in tal senso presentate in più sedi (legge di bilancio per il 2019, decreto-legge n.32 del 2019 cosiddetto “sblocca cantieri”). Questo ad evidenza di come l’Italia violi sistematicamente i principi comunitari per nascondere la propria incapacità di gestire i pagamenti, anche attraverso il sistema legislativo e giudiziario, come testimonia l’articolo pubblicato da Giustizia amministrativa nel 2016.

“Insomma, le giustificazioni teoriche e pratiche accettate dai Giudici per assolvere l’Amministrazione Pubblica dai suoi doveri di adempimento tempestivi delle obbligazioni pecuniarie erano in numero più che abbondante. Aiutavano gli inadempimenti, le lentezze della Pubblica Amministrazione, sistemi organizzativi interni e concezioni culturali latenti che assimilavano il cittadino al suddito, obbligato a sottomettere i suoi diritti alle superiori esigenze dello Stato, alle necessari procedure di controllo senza limiti temporali e comunque all’interesse pubblico, di fronte al quale il suo interesse privato di produttore di beni e servizi non poteva competere. Malgrado tutto ciò, per far fronte alle situazioni particolarmente critiche, lo Stato ha fatto spesso ricorso, in aggiunta, anche a leggi speciali per evitare proprio qualsiasi rischio di soddisfacimento degli interessi creditori privati nei confronti delle pubbliche amministrazioni. E’ il caso del decreto legge 31 maggio 2010 n.78 che vieta per un certo periodo qualsiasi azione esecutiva nei confronti delle aziende sanitarie delle Regioni sottoposte ai piani di rientro dai disavanzi sanitari.

Lo stesso dicasi per le molte disposizioni in materia di liquidazione coatta amministrativa o di amministrazioni straordinaria di grandi imprese in crisi dove l’interesse pubblico prevale dichiaratamente sull’interesse privato del creditore.

Ma torniamo alle vicende di Ancona.

Il Lodo Ancona: i lavori iniziati e mai contrattualizzati dal Ministero

In presenza dei disastrosi eventi naturali che colpirono Ancona il Ministero scelse l’impresa del Longarini (che quindi non si autoproclamò ma anzi passò per il vaglio di numerosi organi collegiali, quali il Consiglio superiore dei lavori pubblici, le verifiche ministeriali, della ragioneria dello Stato e della Corte dei conti) in conformità alla disciplina dei piani di ricostruzione ( Legge 27.10.1951, n. 1402 , poi sostituita dalla Legge 24.7.1984, n. 363 ).

Ai sensi di legge, il pagamento della spesa (i.e. il corrispettivo a favore del concessionario) era differito in annualità trentennali. Una modalità di pagamento dilazionata nell’evidente interesse del Ministero che, per tal via, si assicurava, a fronte dell’immediato godimento della controprestazione, la possibilità di pagare in un ampio arco temporale, riconoscendo una remunerazione secondo un relativo piano di ammortamento (e più conveniente per il Ministero rispetto agli interessi pagati dallo Stato sui titoli di debito).

In tale impianto normativo l’art. 13 noviesdecies della Legge 24.7.1984, n. 363 , dettava l’obbligo da parte del Ministero di emissione immediata ed integrale a favore delle concessionarie dei Decreti Ministeriali di affidamento dei lavori che fossero (o fossero già stati) approvati dalle amministrazioni comunali (o assentiti con voto favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici). 

Per quanto riguarda i lavori che poi saranno oggetto del procedimento arbitrale, questi furono approvati non solo dal Comune di Ancona ma anche dal Consiglio dei lavori pubblici. Ma il Ministero – in violazione della normativa – per questi lavori non emise mai i decreti di affidamento.

Di qui l’inizio dell’azione risarcitoria per danno aquiliano (extracontrattuale) derivante dal mancato e dovuto ex lege affidamento dei lavori che su richiesta della pubblica amministrazione il Longarini aveva già iniziato ad eseguire, fidandosi dello Stato.

In particolare, e senza ripercorrere tutte le vicende giudiziali di circa un ventennio, si lumeggia solo come con sentenza definitiva e quindi passata in giudicato ( nr. 4502 del 21 settembre 2005 ), la Corte di Appello di Roma ha accertato la assoluta negligenza del Ministero, la colpevole e lunga attesa “senza alcuna azione concreta”, la liceità della selezione della impresa del Longarini, così come già accertato definitivamente dalla Cassazione con la sentenza del 2003 , ed ha quindi definitivamente condannato il Ministero al risarcimento dei danni extracontrattuali da quantificarsi in separato giudizio,

Trattandosi di danno extracontrattuale e per evitare, immaginiamo, l’amplificazione del danno per effetto del trascorrere del tempo il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti propose al Longarini (oramai subentrato nei diritti della propria impresa, costretta ad esser liquidata) di sottoscrivere una convenzione di arbitrato per determinare i danni extracontrattuali ai sensi dell’articolo 808 bis del codice di procedura civile che disciplina proprio le procedure arbitrali per i soli danni extracontrattuali.

In tema si ricorda come la natura extracontrattuale del danno risultasse già accertata definitivamente dal giudizio definitivo con la accordata sentenza della Corte di Appello di Roma e di cui il procedimento arbitrale è un’appendice che non può discostarsi dal quadro giuridico definito e il cui compito è accertare il danno extracontrattuale e quantificarlo.

Ma evidentemente solo a seguito del procedimento per la determinazione del danno il Ministero inizia a comprendere la gravità delle conseguenze della propria condotta.

Il conto presentato dal giudizio arbitrale è estremamente salato per lo Stato, oltre 1,2 miliardi di euro. 

È la conseguenza di vent’anni di negligente inazione.

La condanna è del marzo 2012 e cosa fa lo Stato: paga per evitare di incrementare il conto con interessi, spese e altri oneri? Apre un tavolo delle trattative per definire la controversia in via transattiva?

No. Lo Stato preferisce ancora una volta (e dopo la legge di revoca delle concessioni per supplire all’illegittimo decreto amministrativo di revoca) cambiare le regole del gioco o meglio ci prova ed inserisce in un decreto legge (e quindi in via di urgenza) del 22 giugno 2012 (dal beffardo nome di “Decreto sviluppo”) una disposizione per cambiare le regole del gioco in materia di impugnazione dei lodi (inserita in un capo del decreto dal nome ancor più beffardo “Ulteriori norme a sostegno delle imprese”).

Si specifica che la norma introdotta introduce un regole di impugnativa dei lodi riferiti agli appalti pubblici, che in realtà erano già previste da anni nel codice degli appalti pubblici e che quindi sarebbero introdotte inutilmente se lo scopo non risultasse (o almeno così appare) di provare ad estendere tale norma al solo caso Longarini. Invero l’obiettivo del decreto è inserire in un disposto analogo a quello già presente nell’ordinamento parole che potessero ricomprendere non solo l’impugnativa di lodi resi in relazione a rapporti contrattuali riferiti ad appalti pubblici ma anche quelli per contenziosi extracontrattuali. Di qui il legislatore usa le parole inerenti e connessi agli appalti pubblici (articolo 48 del Decreto Sviluppo: “Nei giudizi arbitrali per la risoluzione di controversie inerenti o comunque connesse ai lavori pubblici, forniture e servizi il lodo è impugnabile davanti alla Corte di appello, oltre che per motivi di nullità, anche per violazione delle regole di diritto relative al merito della controversia”).

Difficile non pensare ad un’altra norma contra personam anche perché in tale sponda l’Avvocatura dello Stato né farà immediato uso nelle difese.

Il maldestro tentativo dello Stato non trova sponda in tre diversi collegi della Corte di Appello di Roma che respingono le istanze di sospensiva dell’efficacia esecutiva del lodo e poi respingono la impugnativa del Ministero.

Ma la Corte di Appello di Roma fa di più e censura la grave condotta del Ministero che è immobile da anni e neppure ha accantonato un euro rispetto a cotanto grave rischio.

Anche questa volta, ex post si ha l’impressione che la condanna e le censure al Ministero si risolvano in un effetto negativo per il Longarini.

Accade l’imponderabile.

A seguito di ricorso per Cassazione del Ministero, la Corte di Cassazione deposita il 10 dicembre 2015 una sentenza dalle molteplici anomalie e gravissime antinomie.

I giudici della Cassazione iniziano – in assoluta coerenza con il solco tracciato da otto provvedimenti (sentenze e ordinanze) che hanno accertato la gravità delle violazioni del Ministero, nel rispetto della convenzione arbitrale sottoscritta dalle parti per l’accertamento del danno extracontrattuale, ed ancora in piena coerenza con il lodo arbitrale del marzo 2012 e con la successiva sentenza della Corte di appello di Roma che ha affermato la legittimità del lodo – non solo affermando che le parti hanno sottoscritto convenzione arbitrale per la determinazione del danno extracontrattuale ma soprattutto affermando che con sentenza definitivamente passata in giudicato e quindi per sempre vincolante tra le parti la Corte di Appello di Roma del 2005 aveva definito come extracontrattuale il danno.

Tale decisione, riferita alla validità della convenzione arbitrale, avrebbe obbligato la Cassazione a respingere tutti gli altri motivi di impugnativa del Ministero.

E allora cosa accade: gli ermellini, con assoluta nonchalance, a distanza di poche righe nella stessa sentenza si spingono ad affermare la natura contrattuale del rapporto con la impresa del Longarini, ed accolgono il ricorso del Ministero invitando il giudice di appello cui rinvia il giudizio, anche a valutare il superamento di altro principio di diritto passato in giudicato tra le parti. Ovverosia la legittimità dell’affidamento delle concessioni al Longarini.

E la Corte di Appello chiamata ad applicare i dislessici principi della Cassazione cosa fa? Invece di rilevare l’impossibile applicazione di due antitetici principi di diritto (contrattualità ed extracontrattualità del medesimo rapporto) e quindi violando l’obbligo di interpretare la sentenza di Cassazione, e per di più il giudicato sulla natura extracontrattuale, si dilegua e segue pedantemente l’impossibile sentenza della cassazione. Ma la sentenza della Corte di Appello del 26 luglio 2019 fa di più, segue anche l’invito della Cassazione a valutare l’affidamento dei lavori e, in violazione dell’altro giudicato risalente a quasi venti anni orsono, afferma l’illegittimo affidamento dei lavori.

Per tale foga emulativa attribuisce – facendo sfregio dei principi dell’onere della prova come codicizzati da quasi settanta anni – al Longarini anche l’onere di provare la condotta dello Stato (ovverossia la scelta della impresa di Longarini in una situazione di urgenza) e quindi della eccezione del Ministero che i lavori fossero stati affidati dal Ministero senza i presupposti di legge.

Al di là di tutto per cui il lavoro degli avvocati dell’una e dell’altra parte andrà avanti e nuovamente in Cassazione e poi avanti le Corti europee è incredibile come lo Stato non abbia chiaro il punto su come abbia chiesto dei lavori e se anche lo ha fatto violando le regole dovrà pagarli (come affermato anche dal Consiglio di Stato in caso di illegittimo affidamento) perché è lo Stato che ha affidato illegittimamente e nessun altro e che il conto arriverà ampliato dall’allungarsi degli anni. Sembra che l’atteggiamento dello Stato sia quello di dire che sarà un problema del prossimo Governo o del prossimo funzionario in barba agli obblighi di corretta gestione, dell’affidamento del cittadino e della tutela dei conti pubblici.

Intanto, al danno di chi aspetta giustizia da oltre venti anni si somma la beffa.

Oltre al danno, la beffa

Nella sentenza di condanna il condannato al risarcimento del danno paga le spese di registrazione. Perciò nella sentenza in cui è condannata un’amministrazione dello Stato le spese di registrazione sono imputate a debito dello Stato, che peraltro quale condannato è tenuto a pagarle.

Ma nel caso Longarini questi in modo inspiegabile non risulta ammesso alla registrazione a debito, lo Stato non ha pagato né l’importo cui è stato condannato né le spese di registrazione.

E allora cosa di più “equo” se non chiedere al Longarini le spese di registrazione del lodo arbitrale e per importi mai ricevuti? Anzi, non contento lo Stato decide anche di andare a rivedere come il Longarini si è comportato nel passato sugli incassi precedentemente percepiti e regolarmente tassati, relativamente all’anno 2011, non ancora coperto da decadenza dell’attività di accertamento.

E non contento, lo Stato decide anche di andare a rivedere come il Longarini si è comportato nel passato sugli incassi precedentemente percepiti e regolarmente tassati, relativamente all’anno 2011, non ancora coperto da decadenza dell’attività di accertamento.

La fantasia non ha limiti e lo Stato riesce a ricostruire che i pagamenti da lui effettuati al Longarini fossero invece di spettanza della Adriatica Costruzioni Ancona, estinta da anni, e che questo ectoplasma fosse stato in grado di incassare i crediti e di distribuire i relativi dividendi al Longarini. Ma come se non bastasse la tassazione in capo al Longarini doveva anche avvenire come se i dividendi provenissero da un paradiso fiscale (trattandosi di società estinta …).

Il tutto peraltro sovvertendo la modalità di tassazione già applicata (e mai contestata!) negli anni precedenti, a partire dal 2006, per somme altrettanto importanti, che indiscutibilmente sono passate al vaglio dell’Amministrazione Finanziaria.  

Il tutto peraltro sovvertendo la modalità di tassazione già applicata (e mai contestata!) negli anni precedenti, a partire dal 2006, per somme altrettanto importanti, che indiscutibilmente sono passate al vaglio dell’Amministrazione Finanziaria, che ne ha implicitamente, per quanto ce ne fosse bisogno, asseverata la metodologia, creando un legittimo affidamento del contribuente sulla bontà, comunque indiscutibile, del suo operato.  

La condotta del Ministero in altri rapporti contrattuali 

In altri rapporti, e in questo caso sì aventi natura contrattuale, per avere il Ministero emesso i relativi decreti di affidamento come normativamente previsti sono sorti contenziosi anche per il fatto che il Ministero avesse pagato tardivamente i ratei annuali, ricordando che l’impresa del Longarini anticipava il costo dei lavori da rimborsarsi in rate venticinquennali o trentennali.

Lo Stato ritarda o sospende il pagamento nei diversi rapporti contrattuali per poi riprenderli sia in relazione al rapporto concessorio di Ancona che di altre città, e ciò già a partire del 1992.

Mai il Ministero, e per esso l’avvocatura hanno sollevato alcun dubbio, peraltro in coerenza con il principio dell’affidamento (e quindi del principio della inammissibilità dell’efficacia retroattiva delle leggi), sulla applicabilità al passato della legge di revoca del 1993.

Anzi, intervengono diverse sentenze ad affermare il permanere dell’applicabilità della normativa dei piani di ricostruzione per i lavori eseguiti sino alla data di revoca. 

In linea con tale pacifica e costituzionalmente corretta interpretazione della legge di revoca, in alcuni giudizi introdotti per affermare il tardivo pagamento, mai il Ministero e l’avvocatura dello stato affermano un’efficacia retroattiva della legge e il Ministero viene condannato a pagare le conseguenze del tardivo adempimento.

In merito ai lavori di Ancona, oggetto di decreti di affidamento, il Ministero nel 2004 e 2005 e sulla base della normativa prevista dai piani di ricostruzione, riconosce un ingente credito della impresa del Longarini dopo avere verificato la contabilità dei lavori, nel marzo del 2006 si impegna a pagare, nel giugno del 2006 paga tutti i ratei di pagamento annuali che aveva sospeso da lunghissimo tempo, riprende poi il puntuale pagamento dei ratei annuali del 2007, del 2008 e del 2009. Anzi a fronte delle diverse richieste del Longarini di provvedere anche a saldare quanto dovuto per il tardivo adempimento mai contesta che quei principi contrattuali non trovino applicazione.

Nel 2016 il Ministero rinnega se stesso, ma con chiari fini strumentali perché non chiama a rispondere i funzionari e gli avvocati dello Stato che per anni hanno consentito i pagamenti.

Quindi lo Stato chiamato a rispondere degli effetti del tardivo adempimento nel maggio del 2016 afferma che la legge di revoca, in violazione dei principi europei il cui ingresso è costituzionalmente garantito, avrebbe efficacia retroattiva con la conseguenza che a suo dire avrebbe introdotto nuovi principi di determinazione del valore dei lavori.

Non contento di ciò il Ministero emette decreti, o almeno così li identifica espressamente, di autotutela e di fermo salvo poi (e per evitare una condanna davanti al giudice amministrativo che ne aveva sospeso l’efficacia) affermare che si sarebbe trattato di atti interni e al più di diffide e senza efficacia esecutiva.

Utile ricordare da ultimo come se per un avvocato l’agire in buona fede è un dovere deontologico per i funzionari dello Stato, ivi inclusi gli avvocati dello Stato, l’aspettativa sarebbe, anche in virtù dei disposti normativi e regolamentari, certamente più elevata e di assoluto rigore.

Se è così, può lo Stato cambiare le proprie condotte, dimenticare le proprie leggi, modificare in corsa le regole e rendersi totalmente inaffidabile? Può così immotivatamente ritardare, e rinviare ad altri i problemi, dimenticando che sarà sempre lo Stato, forse con diversi funzionari, a dovere fronteggiare prima o poi il problema ingigantito dal ritardo?